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CARATTERISTICHE
VEGETAZIONALI E IMPATTO ANTROPICO INDICE Inquadramento
geografico
Il Lazio ha un’estensione di km2 17.203; è situato sul versante centrale tirrenico della penisola italiana fra i 41º 11’ circa e i 42º 50’ circa di latitudine N. Senza voler trattare per esteso l’aspetto della geografia fisica è bene sottolineare alcune caratteristiche salienti del territorio laziale. Lo sviluppo altitudinale è tipico di una terra giovane: si passa dalla costa alle massime altitudini (sui m 2.000 s.l.m.) sul crinale della penisola, in corrispondenza della catena appenninica (altitudine massima m 2.455, Monte Gorzano), passando dalle pianure alluvionali costiere attraverso rilievi calcarei o argillosi minori fino alle dorsali centrali generalmente calcaree. Una linea di rilievi vulcanici piuttosto imponente corre parallela alla costa rompendo lo sviluppo di corrugamento tettonico sopra descritto e provocando anche la formazione di bellissimi laghi. La regione è povera di altopiani (in contrapposizione alle recenti pianure alluvionali di fondovalle e costiere) che sono concentrati, comunque a bassa altitudine, in provincia di Viterbo. Come si accenna più sotto circa le fonti di dati statistici, esiste una notevole confusione circa un dato relativamente semplice da classificare quale la distinzione pianura-collina-montagna; infatti non solo le varie fonti difficilmente definiscono i tre termini, ma li confondono spesso con definizioni legali che hanno magari classificato come “montano” tutto il territorio di un comune sito sulla costa. E’ anche vero che la classica distinzione in tre tipologie prima riportata varierà notevolmente come definizione e quindi come quantità se prendiamo come parametro discriminatore l’altitudine sul livello del mare, la pendenza, o l’irregolarità orografica, fattori quest’ultimi che più influenzano lo sviluppo economico. Si può comunque dedurre dai dati statistici che abbiamo nel Lazio un 30% di “montagna” intendendo territori sopra i m 500 s.l.m. che presentano limiti allo sviluppo agricolo (e in genere decentrati anche nei riguardi dei poli di sviluppo relativi a altri settori), un 50% di territorio “collinare” e un 20% di “pianura” (alluvionale di fondovalle e costiera). Il clima del Lazio risulta, a una prima analisi, alquanto variabile sia nell’ambito stagionale che con il mutare delle condizioni orografiche. Due sono i fattori che si contrappongono nel determinare le condizioni climatiche della regione: da una parte la presenza di un sistema di rilievi che delimita nel settore orientale tutto il territorio regionale, dall’altro il grande sviluppo della fascia costiera. L’influenza marina si manifesta con un abbassamento delle escursioni termiche e con un continuo apporto di umidità, da parte dei venti occidentali, verso l’interno della regione. I rilievi dell’interno intercettano le correnti umide in ragione di 50 mm/anno di aumento della piovosità ogni 100 metri di salita in quota. La morfologia pianeggiante della costa centro settentrionale del Lazio e la sua relativa distanza dai rilievi abbassa fortemente i valori della piovosità annua in questo settore, che si attestano sui 750 mm/anno. Tali valori aumentano sensibilmente nel Lazio costiero meridionale, dove l’Antiappennino si affaccia spesso direttamente sul mare. Procedendo dalla costa verso est, nella stessa direzione delle correnti atmosferiche apportatrici di umidità marina, la quantità delle precipitazioni aumenta molto progressivamente nei tratti pianeggianti o collinari dove raggiunge valori attorno agli 8-900 mm/anno, come ad esempio lungo la valle del Tevere o nelle basse colline della Tuscia marittima; tale aumento è molto più brusco laddove si erge il rilievo. Qui si riscontrano i valori più elevati che vengono stimati intorno ai 1500 mm/anno ed oltre sulle vette. La distribuzione delle precipitazioni registra un massimo autunnale per le zone di pianura e collina; valori elevati di piovosità si prolungano invece a tutta la primavera nelle aree più rilevate. lì minimo assoluto si registra normalmente nel mese di luglio. Il carattere ‘mediterraneo” dell’andamento climatico è evidenziato anche dalla sua estrema variabilità da un’anno all’altro.
- uno “costiero” e della pianura, con temperature medie annue attorno ai 160 precipitazioni tra 750 e 830 mm/anno, marcata aridità estiva; -uno delle colline più interne e dei rilievi preappenninici, con media annua attorno ai 140 e precipitazioni medie annue che giungono a 1100 mm/anno; - uno dei
rilievi montani con media annua di 12º e valori di precipitazione superiori ai
1300 mm/anno. Le quote più alte, soprattutto nei rilievi più interni, sono
interessate da condizioni climatiche notevolmente influenzate dal brusco variare
delle temperature e della piovosità con l’aumento dell’altitudine ed escono
fuori da questa classificazione. Portando il
discorso sul piano quantitativo appare naturale affrontare il problema della
divisione del territorio in base alle diverse forme di uso e di tipologia della
copertura vegetale. La distribuzione secondo le fasce altimetriche mostra l’assoluto prevalere dei boschi in montagna e, subordinatamente in collina, mentre quasi scomparsi sono i boschi di pianura e quelli ripariali, a causa della messa a coltura e dell’urbanizzazione delle zone di fondovalle e di bassa collina. In montagna, al contrario, lo spopolamento dei borghi e di molti paesi ha portato ad un notevole recupero delle superfici agricole abbandonate da parte degli alberi. La divisione “classica” delle fasce di vegetazione secondo le fasce altitudinali porta, dalla costa alla montagna al susseguirsi dei seguenti piani: PIANO BASALE (da 0 a 6-700 m) della vegetazione del litorale, della macchia, della pianura costiera e della collina; è diviso in: a)
orizzonte mediterraneo
delle sclerofille sempreverdi, caratterizzato dalle essenze sempreverdi della
macchia mediterranea da 0 a 600 m s.l.m. e diviso a sua volta - suborizzonte litoraneo corrispondente alla fascia dell’olivo e carrubo; - suborizzonte eumediterraneo dominato da querceti sempreverdi (leccete); c) orizzonte delle latifoglie eliofile suddiviso in: - suborizzonte submediterraneo dei querceti caducifogli xerofili con roverella; - suborizzonte submontano delle cerrete.
- orizzonte montano inferiore delle latifoglie sciafile dominato dal faggio (limite massimo della faggeta 1750 m) - orizzonte montano superiore o delle aghifoglie mancante, nel Lazio, assieme al successivo PIANO CULMINALE della vegetazione alpina. In realtà
questa suddivisione, nel suo necessario schematismo, non tiene conto delle tante
differenze nelle situazioni ambientali che determinano l’estrema variabilità del
paesaggio vegetale. Aspetti di lecceta così come essa doveva presentarsi nelle foreste primeve non ne esistono praticamente più nel Lazio. Per averne un’idea occorre valutare le dimensioni degli antichi esemplari di leccio presenti all’interno delle ville rinascimentali. Il sottobosco della lecceta è caratterizzato dall’abbondanza di lianose come caprifoglio (Lonicera etrusca e L. ìmplexa) e vitalba (Clematis flammula), oltre a edera (Hedera helix), tino (Viburnum tinus), robbia (Rubia peregrina) e, esclusivamente nelle zone calcaree, terebinto (Pistacia terebinthus). In alcune stazioni favorite da una maggiore umidità del suolo o dell’atmosfera il leccio è accompagnato o sostituito dalla sughera (Quercus suber). Tra la vegetazione mediterranea e la successiva vegetazione submontana del querceto deciduo si interpone, in alcuni settori del Lazio (Monti Sabini e Tiburtini) una formazione vegetale a carattere “orientale” cioè ricca di elementi che oggi trovano la loro massima diffusione nei Balcani. Si tratta di vegetazione “calda”, testimonianza di antiche vicende geologiche, che ha trovato condizioni adatte alla soprawivenza in un limitato settore della nostra penisola e che è caratterizzata da specie quali la marruca (Paliurus spina-christi) , il carpino orientale (Carpinus orientalis), l’albero di Giuda (Cercis siliquastrum) e lo storace (Styrax officinalis). I bassopiani
costieri dove la presenza di ristagni ed acquitrini, che formavano le tipiche
“piscine”, suppliva all’aridità del clima estivo erano occupati sino ai primi
decenni del nostro secolo da grandi foreste che avevano caratteri più “montani”
delle vicine formazioni mediterranee sempreverdi. Nel corso degli ultimi
settanta-ot-tanta anni esse sono andate in gran parte distrutte per far posto al
paesaggio agricolo delle bonifiche. Tali foreste dette “planizarie” perché,
appunto, crescevano su suoli pianeggianti, erano formate da querce caducifoglie
come il cerro (Quercus cerris) ,la farnia (Quercus peduncolata),
il farnetto (Quercus frainetto), assieme al frassino meridionale
(Fraxinus oxycarpa), all’orniello (Fraxinus ornus), all’olmo
(UImus minor), al pioppo (Populus alba, P. nigra, P. tremula),
all’ontano (Alnus glutinosa), al salice (Salix alba, S. cìnerea).
Lo strato arboreo inferiore ed il sottobosco vedevano la presenza di alcuni
sorbi (Sorbus domestica, S. torminalis) , della frangola (Fragola
alnus) e dei carpini bianco (Carpinus betulus) e nero (Ostrya
carpinifolia). Oggi di tali boschi non rimangono che lembi isolati nel Parco
Nazionale del Circeo, nella Tenuta Presidenziale di Castelporziano e nel bosco
di Foglino-Acciarella a Nettuno.
Sul piano
montano prosperano un po’ ovunque estesissime faggete: menzione particolare
meritano alcuni aspetti di foresta montana dominata dal faggio nella zona del
versante laziale del Parco Nazionale d’Abruzzo (zona di Monte Petroso, Tre
Confini) dove si hanno consorzi forestali non molto dissimili da quelli
originari, non ancora alterati cioè in modo sostanziale dall’opera dell’uomo. Più si
allungano i tempi della presenza umana su un certo territorio, più profonde si
fanno le alterazioni degli equilibri naturali ed in particolare del manto
vegetale. Questa è la regola, sintetizzata dalla celebre frase di René De
Chateaubriand “la foresta precede l’uomo il deserto lo segue”, purtroppo
raramente smentita dai fatti. Immense foreste dovevano ricoprire la superficie
della Regione nell’antichità, favorite dalla presenza di suoli vulcanici fertili
e profondi e da valori di precipitazione più elevati di quelli attuali. Le
faggete scendevano molto al di sotto degli attuali limiti altitudinali, spesso
accompagnate da raggruppamenti di abete bianco. Querceti con alberi enormi
ricoprivano le pianure e sulla costa prosperavano certamente immense leccete e
foreste igrofile planiziarie. L’economia
pastorale continuò comunque a prevalere per secoli su quella agricola sino ai
primi decenni del nostro secolo, dando una caratteristica impronta sia alle
sempre più brulle montagne che alla Campagna Romana, definita alla fine del
secolo scorso il “Deserto Apostolico”. La popolazione umana all’01.01.89 risultava di 5.170.672 unità residenti, di cui 3.057.607 nei capoluoghi di provincia, con una densità di circa abitanti/km2 290. Negli ultimi 12 anni le migrazioni e le variazioni negli indici di natalità e mortalità non hanno provocato variazioni significative di tali cifre. Sicuramente cambia però la loro interpretazione per quanto riguarda l’impatto sull’ambiente; infatti è seguito il processo di abbandono delle campagne già iniziato nel dopoguerra a causa della diminuizione della popolazione agricola attiva, con un certo controbilanciamento dovuto all’uso residenziale della campagna sia da parte di lavoratori di altri settori che hanno scelto il pendolarismo per poter godere dei vantaggi della campagna, sia per il permanere in loco di ex lavoratori agricoli ormai in pensione. La stessa considerazione vale per i piccoli comuni di aree tipicamente rurali, cioè dove classicamente la popolazione residente lavorava nei campi e comunque a tutt’oggi non godono di settori di sviluppo economico che si discostino da quello turistico-residenziale. Tale fenomeno ha (avuto) delle conseguenze importantissime sulla gestione dell’ambiente, l’evoluzione della copertura vegetazionale nelle campagne laziale, e quindi sulla incidenza degli incendi. Purtroppo i dati statistici di cui disponiamo per classificare e quantificare i diversi usi del territorio laziale non sono nella maggioranza dei casi molto affidabili e comparabili fra loro, soprattutto perché ogni ente produttore di dati utilizza un suo metodo guardandosi bene dall’accordarsi con gli altri. L’aspetto positivo di questo caos statistico è comunque costitutito dalla speranza che ognuno di questi enti funga da guardiano dell’altro e ci consenta di evitare di continuare a lavorare su dati sballati fornitici da una coalizione di compilatori di formulari a tavolino. L’ISTAT, 1982, ci fornisce i seguenti dati: Superficie agricola realmente utilizzata: seminativi ha 442.328 pascoli ha 247.798 coltivazioni permanenti ha 189.116
totale ha 879.242
Superfici urbanizzate o improduttive: ha 95.746
I dati dell’Inventario Forestale Nazionale (IFN) del 1984, realizzato dalla Direzione Generale dell’Economia Montane e delle Foreste del Ministero Agricoltura e Foreste danno per il Lazio una copertura forestale di ha 446.200 (circa il 27% del territorio). Questo dato ci interessa in particolar modo. L’IFN ha raccolto dati interessantissimi se riferiti a livello nazionale; ma gli errori di stima di circa 100.000 ha, se ininfluenti su una superficie forestale totale di 8 milioni di ha (1,25%), tali non possono essere considerati quando riferiti a ha 446.200 (errore del 22%). Inoltre la definizione di foresta utilizzata per la realizzazione dell’IFN non è stata concordata a livello di standard internazionali e questi si sono evoluti rapidamente negli ultimi anni. Ad esempio per molte categorie di boschi l’IFN esigeva una copertura del suolo costituita dalla proiezione verticale delle chiome minima del 50%, quando oggi gli standard ISTAT e quelli del Processo Pan-Europeo richiedono il 20% e quello FAO il 10%. Ci interessa qui sottolineare più che i valori assoluti di uso, l’evoluzione che questo ha avuto negli ultimi decenni e che in buona parte spiegherà l’evolversi recente della copertura vegetale e del fenomeno degli incendi boschivi. Le tipologie di impatto antropico che qui si vogliono passare in rassegna sono quelle che hanno una qualche relazione con il fenomeno degli incendi boschivi, nel senso sia che abbiano un’influenza diretta sull’evoluzione di detto fenomeno, sia che influiscano sull’ambiente naturale in quelle caratteristiche che sono modificate anche dagli incendi. Fondamentalmente c’è stato nell’ultimo mezzo secolo un concentramento e intensificazione d’uso nelle pianure e abbandono delle montagne e zone collinari più impervie. Abbiamo sicuramente adesso una migliore protezione idrogeologica in alto a causa del rimboschimento naturale di pascoli meno brucati e comunque un rafforzamento, salvo casi puntuali, della cotica erbosa. C’è stato inoltre abbandono di coltivi nelle zone alte e a maggior pendenza, con passaggio di coltivi (quindi superfici almeno una volta l’anno soggette, a causa delle arature, a erosione da parte delle piogge) a prati naturali e poi a cespuglieti. Fortunatamente infatti nel Lazio non c’è stata una diffusione accentuata di vigneti piantati a rittochino in zone collinari scoscese (come ad es. nella confinante Toscana). In parte questo vantaggio è stato controbilanciato dall’abbandono di tutta quella serie meticolosa di mini-opere idrauliche che le popolazioni rurali mantenevano intorno e all’interno delle aree coltivate per trattenere il suolo agrario. Certe superfici estreme ecologicamente delicate continuano poi a degradarsi verso il punto di non ritorno; es.: se un pascolo roccioso posto a m 2.000 s.l.m. può tollerare il carico di un capo di bestiame, non migliorerà di molto le proprie capacità di perpetuazione se il carico scende da 100 a 10. L’esplosione demografica dei cinghiali rischia inoltre di compromettere per sempre la sopravvivenza delle praterie sommitali. E’ comunque unanime l’opinione, perlomeno fra i tecnici qualificati, che la protezione del suolo nelle aree montane e collinari sia migliorata e stia tuttora migliorando. Diversa la situazione in pianura. le pianure vengono sempre più cementificate, quindi impermeabilizzate, con sviluppi urbanistici folli che penalizzano i terreni più fertili. Le zone agricole sono soggette ad un’agricoltura sempre più intensiva, che poco si cura dei residui di vegetazione spontanea. La politica protezionista, sia nazionale che regionale si è concentrata sulle aree protette ignorando il territorio, specie tutto ciò che non può essere protetto con delle definizioni di superficie e catastali-topografiche siepi, bordi di strade e corsi d’acqua, margini di coltivi, sorgenti, ecc., tanto che la diversità dell’Agro Romano sta scomparendo ogni giorno di più sotto i nostri occhi. Si visiti a titolo d’esempio l’ultima formazione di Frassino del Caucaso presente al di fuori dei complessi Castel Porziano-Capocotta e Selva del Circeo, sita fra L’aeroporto di Furbara e Campo di Mare. I Consorzi di Bonifica hanno ripreso negli ultimi anni, in barba a tutte le leggi di conservazione e alle norme di ingegneria idraulica, la devastazione dei corsi d’acqua (sono usi rispondere: “dobbiamo spendere questi soldi entro la fine dell’anno”). Vista quindi la frammentazione del territorio forestale, l’alternarsi delle tipologie vegetazionali e l’orografia, si concluderebbe che gli effetti di un incendio debbano essere più devastanti nelle zone collinari. Non dimentichiamo però che quel poco di vegetazone naturale rimasta nelle pianure vale relativamente di più e rappresenta una priorità di conservazione. Una breve rassegna dell’impatto antropico sul territorio regionale deve tener conto sia di quei fattori che hanno il loro impatto in maniera pressoché indipendente dalle tipologie di paesaggio e dagli ecosistemi (si pensi alle linee elettriche), sia a quelli strettamente legati a certi ecosistemi, talvolta con un impatto totale e devastante (si pensi alle spiagge d’estate), in funzione della loro importanza, nel senso che la loro estensione relativa rispetto alla superficie regionale rappresenta solo una componente della loro importanza. Purtroppo la strategia che si presenta sempre più vincente agli occhi dell’opinione pubblica e nelle mani dei politici, nella difesa dell’ambiente è quella di importazione anglosassone delle campane di vetro, cioè delle aree protette. E’ in assoluto la più semplice da attuare, immediatamente comprensibile da parte dell’opinione pubblica, e anche facilmente fruibile dal punto di vista ricreazionale, ben accetta anche da parte dei nemici dell’ambiente perché distoglie l’attenzione e le risorse dal restante 90% del territorio, dove praticamente si ha mano libera nelle manomissioni ambientali, e last but not least favorevole alla creazione di feudi per gli organismi addetti alla tutela ambientale. Il territorio laziale non fa eccezione e la politica ambientale regionale di questo decennio ne ha accentuato la tendenza. I risultati sono quanto mai fallimentari, con le dovute eccezioni relative alla conservazione di alcuni ecosistemi e specie particolarmente sensibili, e soprattutto diseducativi in quanto lanciano il triste e falso messaggio che le attività umane e la conservazione dell’ambiente siano attività incompatibili, messaggio per di più foriero di sventure e guerre in un mondo popolato da 6 miliardi di esseri umani. Pare comunque che gli ultimi regolamenti comunitari in materia di sviluppo agricolo presentino una certa inversione di tendenza, favorendo l’agricoltore, cioè colui che gestisce la maggior quantità di ambiente nell’UE, quale custode dell’ambiente, incentivando le (non-) azioni maggiormente ecocompatibili. Certo è che sempre avremo bisogno di alcune campane di vetro da porre qua e là a protezione estrema, come abbiamo detto sopra, di punti particolarmente sensibili o a scopo scientifico per la creazione di superfici di controllo, ma ciò dovrebbe avvenire nell’ambito di una zonizzazione e completa pianificazione dell’uso del territorio dove si tenga debitamente conto delle esigenze di conservazione cercando i(l) punti(o) di massimo rendimento fra esigenze di conservazione e qualità della vita (umana), riducendo una volta per tutte lo sviluppo economico a componente del fattore che ci sta più a cuore che è la “qualità della vita”. Concludiamo cercando di percorrere i vari ambienti che caratterizzano il paesaggio regionale. Arrivando dal mare (che, visti gli scopi di questa rassegna, volutamente ignoriamo) troviamo: LE SPIAGGE. Rappresentano l’ecosistema forse più invaso dall’attività umana, se non altro per la massiccia presenza estiva che si prolunga per almeno 3 mesi nella stagione di maggior attività biologica, senza neanche lasciare una speranza a un fraticello o una testuggine marina a cui venisse in mente di utilizzarle come sito di nidificazione. Ad aggravare la situazione ci si sono messe le amministrazioni comunali che in misura sempre più estesa ripuliscono gli arenili con mezzi meccanici, distruggendo sistematicamente ogni forma di vita si tipica di questo ecosistema di pochi metri di larghezza, e contribuendo al fenomeno dell’erosione costiera (si pensi solo all’azione frangiflutti che i tronchi, le ramaglie e i rifiuti accumulati dal mare sulle spiagge svolgerebbero se non fossero continuamente rimossi). Curiosamente esiste una legge regionale che proibisce la circolazione a motore sulle spiagge. Curiosamente il popolo degli ambientalisti applaude alle spiagge (ri)pulite (dalla vita). Curiosamente le uniche spiagge protette sulle coste laziali, lo sono grazie al Ministero della Difesa (= poligoni), in base al principio universale che le aree protette si creano non dove ce ne sia più bisogno bensì dove si interferisca con meno interessi (preferibilmente boscaglie montane). LE SCOGLIERE. Forse sono uno degli ambienti più rispettati, anche se la loro limitata estensione, soprattutto verticale, nella regione le rende sensibili all’impatto che ha luogo negli ecosistemi immediatamente contigui: vedi il frequente propagarsi degli incendi, il diffondersi della nautica da diporto, ecc. Abbiamo casi di utilizzo quali discariche abusive, di cementificazione, escavazione, ecc.; ci sono state addirittura proteste relative all’eccessivo uso delle scogliere quali palestre di free-climbing. Si tratta però in totale di episodi molto localizzati. Se consideriamo la diminuizione e l’impoltronimento (più che da salotto da consolle) delle popolazioni agricole e marinare, giungiamo però alla conclusione che si tratta di ambienti sempre meno frequentemente percorsi dall’uomo. LE DUNE. A diretto contatto con le spiagge, soffrono grosso modo dello stesso tipo di impatto. Già l’accennato calpestio e lavorio sulle spiagge incide sulla scarpata a mare delle dune impedendo la colonizzazione delle piante pioniere e esponendo il piede della duna all’erosione eolica e marina. A sua volta il franare della duna e il mancato sviluppo di vegetazione su di essa espone la vegetazione forestale e i coltivi nell’immediato entroterra all’azione deleteria dei venti e dell’aerosol marino. La duna costiera è inoltre ricca di vegetali endemici di tale ambiente, spesso limitati a una fascia di pochi metri in funzione della distanza dal mare, salinità e influsso dei venti. Tentativi di canalizzazione dell’afflusso umano hanno fortunatamente dato buoni risultati. La brezza marina prevalente durante le ore pericolose per gli incendi e l’umidità di condensa nelle ore di brezza di terra offrono una valida protezione climatica contro il fuoco. La loro localizzazione permette infine un facile controllo e implementazione di norme di salvaguardia. Da ricordare le enormi dune da deserto fossili di Priverno, sventrate al centro da un’enorme cava, e per il resto coperte di sughereta. Rappresentano forse il massimo esempio di suolo conservato dalla copertura vegetale, senza la quale le piogge e il vento le spianerebbero in tempi relativamente brevissimi. LE LAGUNE COSTIERE E RETRODUNALI. Sono presenti praticamente solo nella zona di Sabaudia, scomparse altrove o ridotte a pozze insignificanti; interessante invece il loro sosstituto artificiale costituito dalle Saline di Tarquinia. Siamo nel caso in cui, vista la loro limitata estensione e grandissima importanza ecologica quale luogo di massima attività biologica e ospitante formidabili concentrazioni di specie specializzate, oltre al peso che hanno come luogo di riproduzione di specie ittiche di importanza commerciale, è necessario ricorrere al sistema della protezione quasi assoluta. Sono soggette a fortissime pressioni derivanti dall’uso degli ambienti circostanti: pianure costiere, costa, insediamenti turistici, urbanizzazione, con conseguenti: inquinamenti, interramenti, discariche, incendi della vegetazione palustre, caccia, nautica da diporto. Lo Stato già protegge quelle principali. Il WWF ha preso interessanti iniziative nel ricostruirne alcune piccole a Macchiagrande di Fregene e Macchiatonda. Si dovrebbe procedere a un censimento totale ed eventuale restauro e iniziative di protezione in un piano generale di rinaturalizzazione delle pianure. LE PIANURE (AGRICOLE). Subiscono quasi tutte le offese ambientali che la moderna civiltà origina, inutile farne l’elenco; più facile forse dire che non sono oppresse dal pascolo. Nel momento attuale sia da un punto di vista ambientale che morale vorrei considerare come la più grave la cemintificazione della superficie, in quanto premeditata e irreversibile. E’ un’accusa questa che viene lanciata da molte fonti autorevoli da decenni e nei confronti della quale le autorità di governo preposte non solo non fanno niente bensì tendono a favorire l’espansione urbana e industriale a danno dei suoli più fertili (le pianure nel Lazio sono appena il 20% della superficie totale). Anche visto in un’ottica utilitaristica e monetarista, ciò rappresenta un controsenso economico. Si scontra infine con la tradizione millenaria di costruire il villaggio sui suoli meno fertili per lasciare questi all’agricoltura. Sono infine sotto gli occhi di tutti noi le immagini dei disastri provocati in misura sempre crescente dalle alluvioni e l’espansione dell’edilizia commerciale e industriale nelle golene del Tevere (Monterotondo, Magliana, ecc.). Detto ciò riconosciamo che abbiamo bisogno dell’agricoltura e di un’agricoltura sempre più produttiva, perché mangiamo sempre di più e non dobbiamo permetterci il lusso di importare le derrate alimentari favorendo così l’estensione della frontiera agricola in altri paesi con danni ancora più gravi. Al di là quindi di certe riserve aventi valore di testimoni di epoche passate, quali le foreste di Sabaudia o Castel Porziano, la conservazione della pianura dovrebbe avere caratteristiche gestionali, cercando di compatibilizzare al massimo le esigenze dell’agricoltura con quelle delle specie più sensibili e in via di rarefazione, e di conservazione puntuale o lineare (macchie, scarpate, alberature, pozze, sorgenti, canali, ecc.). In questa fase storica fra i maggiori devastatori del territorio agricolo (in quanto destinato a rimanere tale, escludendo quindi il cambio definitivo di destinazione per opere varie) regionale troviamo: i consorzi di bonifica, che operano infischiandosene delle normative ambientali e addirittura senza supporto progettuale adeguato a giustificare la necessità delle loro azioni; gli agricoltori ormai sfruttano i terreni senza preoccuparsi della conservazione della fertilità dei suoli e comunque con criteri da imprenditori come comanda l’attuale sistema economico, avente come conseguenza una crescente razionalità e monotonia dei coltivi che quindi lasciano sempre meno spazio a forme di vita che non siano quell’unica che produce un prodotto commerciale. Come accennato precedentemente è comunque confortante percepire la nuova tendenza della Politica Agricola Comunitaria a trasformare gli agricoltori in custodi del territorio e avviare il loro senso imprenditoriale in tale direzione. LE ZONE UMIDE. Soffrono più o meno delle pressioni accennate prima per le lagune, con variazioni però alterne rispetto al passato. E’ diminuita la pressione venatoria, seppure persiste l’inquinamento da piombo, ancora permesso dalla legge per i pallini da caccia, a causa della lunghissima persistenza di questo metallo nel fondo dei bacini. Gli incendi si propagano facilmente ai canneti dai contigui coltivi, anche a causa della crescente quantità di vegetazione che rimane incolta ai bordi dei campi e delle strade. E’ diminuita la raccolta di canne. E’ aumentata la nautica da diporto. E ovviamente, essendo le zone umide laziali molto disperse, diverse l’una dall’altra, e localizzate in situazioni a impatti antropici molto diversi, è impossibile generalizzare sugli impatti a cui ciascuna di esse è soggetta. LE PERIFERIE E I PARCHI URBANI. Salvo qualche parco più importante avente funzione moniumentale, si tratta di una categoria di terreni trascurati dalle amministrazioni municipali e che, oltre ad essere oggetto continuo delle aggressioni congenite con il tessuto urbano e l’alta densità demografica, si trovano in genere in uno stato di eccessiva (inutile) semplificazione ambientale e biologica. Con poca spesa, l’impiego di personale qualificato, la partecipazione delle associazioni locali, si dovrebbe cercare di rinaturalizzare, seppure accettando il compromesso con situazioni artificiali e/o esotiche, cercando di assicurare la resilienza del risultato nei confronti delle suddette aggressioni e cronica disponibilità di risorse. GLI AEROPORTI coprono nel Lazio migliaia di ettari. Dal punto di vista naturalistico rappresentano una perdita per la loro eccessiva semplificazione biologica, in alcuni casi con gravi danni per l’attività dello stesso scalo,come per esempio l’eccessivo assembramento di certe specie di uccelli. Un piano di gestione naturalistico per ognuno di essi dovrebbe assicurare anche in questo caso il miglior compromesso fra efficienza aeronautica e diversificazione degli ambienti naturali. Si era presentata l’occasione con l’inclusione dell’aeroporto di Fiumicino nella Riserva del Litorale, ma i responsabili della nostra politica ambientalista invece di rallegrarsi per la sfida si sono affrettati ad escluderlo ( a conferma che sviluppo e conservazione devono presentarsi in due mondi contrapposti). I FIUMI. Molti sono stati irrimediabilmente cementificati. Speriamo che con il tempo le leggi dell’idraulica correggano gli errori degli ingegneri strumentalizzati. Senza volersi addentrare nei temi concernenti le varie forme di inquinamento, e limitando la nostra analisi all’aspetto territoriale, osserviamo che: i fiumi costituiscono l’unico elemento del nostro paesaggio naturale che l’uomo non è riuscito a interrompere e a ridurre allo stato di isole; costituiscono pertanto un prezioso corridoio di propagazione biologica per la diffusione di specie e l’intercambio genetico; i consorzi di bonifica spendono (denaro pubblico) e scempiano i fiumi con la motivazione che devono assicurare un certo deflusso dentro una certa sezione, onde evitare esondazioni (con conseguenti danni). Diamo quindi più spazio ai fiumi; un modesto sacrificio di superfici agricole lungo le rive porterebbe notevoli vantaggli in relazione ai due punti sopra menzionati oltre a interessanti fasce di ricreazione che fra l’altro toccherebbero i principali centri abitati, migliorando la qualità della vita.
I COLTIVI COLLINARI. Nel complesso l’impatto antropico nelle zone agricole collinari è migliorato per l’abbandono di vaste superfici, specie quelle più acclivi e quindi più facilmente erodibili e conseguente rinaturalizzazione per colonizzazione di essenze spontanee. Fortunatamente nel Lazio la colonizzazione da parte di essenze esotiche si è dimostrata abbastanza limitata. D’altro canto ciò ha portato a un acuirsi degli incendi perché la vegetazione pioniera (erbacea e arbustiva) è altamente infiammabile e in molti casi ha unito formazioni forestali prima disgiunte, rendendo l’estendersi degli incendi più difficilmente controllabile. Localmente si assiste a fenomeni negativi quali il proliferare di seconde case sorte formalmente come case coloniche per iniziativa di chi si diverte a fare l’agricoltore, magari giocando con il trattore ad aprire piste di servizio e lavorare il terreno a rittochino (molto più sicuro che a girapoggio). GLI INCOLTI. Se non li conoscessimo ce li potremmo immaginare come degli affascinanti territori selvaggi allo stato infantile, dove poter osservare la lenta evoluzione della natura fino alle sue forme ultime e più nobili. Infatti sono incolti in quanto non interessano a nessuno, e ciò costituisce la garanzia alla loro conservazione. Purtroppo: ci troviamo in un territorio fortemente antropizzato; con un clima che favorisce gli incendi estivi; con una vegetazione pioniera facilmente incendiabile anche perchè il fuoco elimina quelle specie che tenderebbero a soppiantarla e facilita quindi la ricrescita della stessa in cicli indefiniti; gli incolti sono quasi sempre di piccole dimensioni e quindi soggetti a fattori di disturbo che si generano dai terreni limitrofi; non interessano ai proprietari, ma spesso a qualcun’altro. Il risultato è che lasciati a sé stessi, diventano discariche di rifiuti (dai quali spesso si originano incendi) e per quanto elencato sopra sono fra le tipologie di terreno descritte quella più soggetta agli incendi: solo in condizioni particolari li vediamo evolversi in boschi, permanendo nella maggior parte dei casi sterpaglie sbruciacchiate dove biancheggiano vecchi WC. Ancora una volta il territorio di un mondo densamente antropizzato chiede gestione responsabile. I BOSCHI. Stanno bene, si stanno espandendo, si stanno diversificando, ripopolando di fauna e aumentando di volume. Potrebbero però stare e crescere meglio. Infatti rappresentano sempre meno valore economico per i proprietari. I fattori sono molteplici. Ci sono innanzi tutto degli aspetti macroeconomici per i quali con la globalizzazione dei mercati si incontra una crescente disponibilità di legname di ottima qualità a buon mercato per cui i prodotti dei boschi laziali hanno mantenuto una certa competitività solo per il mercato locale della legna da ardere. Gli imprenditori, sia proprietari che ditte boschive, non sono mai stati organizzati. I regolamenti e le procedure per le utilizzazioni boschive sono diventate sempre più cervellotiche e centralizzate. Gli Assessorati Agricoltura prima e Ambiente poi della Regione Lazio hanno fatto sì di bloccare l’iter di qualsiasi piano di gestione in modo da lasciare i proprietari dei boschi alla mercé dei burocrati. Ad esempio l’immotivata imposizione del rilascio durante il taglio dei boschi cedui di un numero di matricine superiore al normale ha trasformato molti boschi in cedui composti, con capacità produttive ridotte e facilmente incendiabili per l’accumulo di gran quantità di polloni morti a livello del terreno. E’ universalmente riconosciuto che la conservazione della foresta ad opera della popolazione locale avviene solo se nel bosco vi è riconosciuto un qualche interesse, economico, religioso, ecc. L’economia forestale nel Lazio è in una tale situazione di ristagno che molti proprietari ormai trascurano i propri boschi con un conseguente acuirsi dei danni da incendio. L’altra assurdità in fatto di politica forestale verificatasi specialmente durante gli anni ’80 e ’90 soprattutto a causa dell’applicazione di regolamenti comunitari, basata sulla classica filosofia interventista di finanziare le azioni e non i risultati, ha portato al finanziamento di opere di “miglioramento” di boschi degradati, contrapponendosi a interventi “ambientalisti” che hanno bloccato utilizzazioni di bei boschi (aventi quindi una valenza ambientale notevole) con la conseguenza che il cattivo proprietario si è intascato i soldi UE e colui che ha curato il bosco si è visto negare una fonte di reddito, oltre alla beffa di aver fornito gratuitamente un servizio alla collettività. I PASCOLI. La pressione sui pascoli naturali sta fortunatamente diminuendo. Però non in maniera uniforme, per cui esistono ancora vaste zone specialmente nell’Est del Lazio dove i carichi di bestiame sono gestiti in maniera irrazionale, per di più nella gran maggioranza da agricoltori part-time, senza quindi la giustificazione sociale di dover permettere la prosecuzione di un’attività economica indispensabile per quelle popolazioni, e su terreni demaniali ceduti letteralmente per due lire. I pascoli si trovano essenzialmente in zone a forte pendenza e utilizzati da animali pesanti, quali bovini ed equini, che oltre che con la distruzione della cotica erbosa provocata dal morso, costipano e fanno crollare il terreno con i il loro peso concentrato sugli zoccoli, favorendo la perdita di suoli peraltro sottili, fino all’esposizione della roccia madre (i suoli hanno in media bisogno di milioni di anni per evolversi). Le mandrie inoltre invadono spesso i boschi contigui, nutrendosi principalmente della rinnovazione e impedendo così la continuità temporale delle formazioni forestali in particolare nelle zone cacuminali dove la ricolonizzazione implica tempi lunghissimi.
BibliografiaGiordano E. Il miglioramento e la conservazione dei boschi italiani per la gestione sostenibile delle foreste. Linea Ecologica, marzo-aprile 2000. Regione Lazio, Assessorato Programmazione, Ufficio Parchi e Riserve Naturali. I parchi e le riserve naturali nel Lazio. Qasar, Roma, 1992.
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