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Gli incendi boschivi nel Comune di Roma.
Indicazioni per nuove direttive di prevenzione


 


INDICE

Introduzione

1 -Caratteristiche  principali del territorio comunale in relazione al rischio IB

2 -Fattori  economici, politici e socioculturali

3- Costruire la sicurezza  anziché fronteggiare l’emergenza

4- Indicazioni pratiche

 

Introduzione

Il territorio del Comune di Roma, per la vastità della sua superficie agro-silvo-pastorale e per le caratteristiche di alcuni suoi importanti parchi e ville storiche, presenta, da sempre, uno dei più elevati indici di rischio da incendio boschivo (IB) del territorio nazionale. Sebbene dagli inizi degli anni 80 le organizzazioni ambientaliste , il Corpo Forestale e le pubbliche amministrazioni abbiano,  (seppure in maniera differente e, talvolta, contraddittoria), lanciato ripetuti allarmi a riguardo, questi sono puntualmente caduti nel vuoto, lasciando pressoché inalterato il dato della progressiva distruzione o/e degrado della copertura vegetale dei soprassuoli. L’unico fattore che ha ridotto, statisticamente, il dato della superificie percorsa dal fuoco, è quello derivante dalla massiccia urbanizzazione dell’Agro Romano compiuta negli ultimi dieci anni, laddove numerose formazioni boscate di piccole dimensioni (ma di enorme valenza ecologica) che dal 1980 erano state individuate come nuclei di ecosistemi forestali da proteggere ai fini di una successiva estensione e riqualificazione, sono andate perdute quasi totalmente. La denuncia delle specifiche responsabilità per una tale situazione , è un compito che destiniamo ad altre sedi, sebbene sia difficile non far trapelare l’ovvietà di errori , omissioni e illegalità da parte di molti dei  soggetti che sono stati chiamati a gestire il problema. Quello che ci proponiamo, nelle note che seguiranno, è di delineare una prospettiva unitaria ed alternativa  in grado di stabilire un modello nuovo all’interno del quale adattare positivamente le risorse sin qui impiegate con risultati così deludenti. Tenderemo,  soprattutto, a sottolineare   che la disponibilità in uomini e mezzi (in progressivo aumento dagli anni 80 in poi) non crei conseguentemente  una relazione di proporzionalità inversa con la dimensione del fenomeno IB. Al contrario esistono  chiare statistiche che mostrano  come la relazione che si sia stabilita tra incremento della spesa pubblica e dimensione del fenomeno IB sia di proporzionalità diretta .  Il modello che cercheremo di individuare sarà, di conseguenza, basato sui principi ecologici del risparmio, dell’ottimizzazione, della pluralità e rispetto dei ruoli, della valorizzazione delle identità, e delle prospettive di valore strategico.    
 

1 -Caratteristiche  principali del territorio comunale in relazione al rischio IB

Il calcolo dell’indice di rischio da IB di un determinato territorio, generalmente viene compiuto tenendo presenti i seguenti fattori:

1-     Frequenza e quantità delle precipitazioni estive

2-     Composizione delle fitocenosi in relazione alla loro infiammabilità

3-     Stato di conservazione (laddove un bosco degradato presenta un rischio maggiore)

4-     Presenza di terreni incolti o adibiti a pascolo marginale (la presenza di vegetazione erbacea aumenta il rischio)

5-     Impatto antropico negativo (ossia la presenza di esseri umani che non hanno interesse economico per la conservazione del bosco). In questo senso la presenza di infrastrutture viarie è un fattore determinante, in quanto un traffico incontrollabile permette agli incendiari di accedere ai siti ed allontanarsene con scarsa possibilità di essere individuati.

Il Comune di Roma , in ciascuno dei fattori sopra elencati , mostra elementi fortemente negativi.

Infatti:

1-     Le estati sono caratterizzate quasi sempre da lunghi periodi di siccità.

2-     Vi è una diffusa presenza di pinete e di essenze tipiche della macchia mediterranea, che presentano il maggior grado di infiammabilità tra tutte le specie arboree ed arbustive del nostro Paese.

3-     Molti boschi presentano danni da incendi pregressi ripetuti, sono luogo di discarica e, negli ultimi anni, ricettacolo di alloggi abusivi di emergenza. In tali condizioni le formazioni boschive presentano, al loro interno parecchie aree dove cresce la vegetazione erbacea che, al momento della seccagione, rappresenta una massa facilmente combustibile che favorisce lo sviluppo e la rapida propagazione degli IB.

4-     Moltissimi terreni, una volta destinati all’agricoltura, sono stati abbandonati e sono percorsi,  ogni anno, da incendi, molti dei quali appiccati da qualche residente per “allontanare serpenti e topi” (è una scusa molto frequente utilizzata dagli incendiari che vengono individuati).

5-     I boschi utilizzati a scopo produttivo, non sono molti e non hanno grande valore. Conseguentemente i proprietari, solitamente,  si limitano a cedere i diritti di taglio senza preoccuparsi della conservazione. La fruizione delle aree verdi da parte dei cittadini, così come la presenza di associazioni protezionistiche locali, costituiscono un fattore positivo che compensa, in parte lo scarso interesse economico per la conservazione dei boschi. Tuttavia, negli ultimi anni, sono stati da più parte espressi fortissimi sospetti su incendi dolosi appiccati in zone di pregio naturalistico care alla cittadinanza al fine di  incrementare la spesa pubblica per interventi aerei, rimboschimenti, ecc. L’intenso traffico veicolare, sia urbano che extraurbano, impedisce qualsiasi controllo sui movimenti di potenziali incendiari, al punto che, in alcune riserve, l’ente gestore si è accordato con i proprietari dei fondi per chiudere con cancelli le strade consortili e interpoderali.

Le operazioni connesse alla lotta attiva AIB (antincendio boschivo) , cioè avvistamento dei focolai , direzione delle squadre, rapida mobilità ed efficacia dell’intervento sono rese particolarmente difficili dalla peculiarità di tutte le condizioni elencate (a parte il punto 1 che è comune alla maggior parte delle regioni meridionali italiane). Rammentiamo che per un efficace avvistamento, la condizione esenziale per determinare la localizzazione di un incendio e le sue caratteristiche è sempre quella di poterne osservare il fumo. La presenza di colli e avvallamenti, nonché le ostruzioni visive costituite dagli edifici, rendono tale condizione praticamente nulla su tutto il territorio urbanizzato e su gran parte dell’Agro Romano. I limiti posti da numerosi vincoli di sicurezza ai voli su Roma e dintorni (presenza di aeroporti, aree sensibili per motivi di sicurezza, cavi aerei, ecc.) rendono impossibile anche un’osservazione aerea funzionale ed attendibile (i cui costi, sarebbero, comunque, eccessivi), per cui le centrali operative operano sempre solo su segnalazioni telefoniche la cui precisione è sempre piuttosto aleatoria. In pratica sino all’arrivo di una squadra preparata alla valutazione effettiva di un incendio qualsiasi direzione e programmazione degli interventi è impossibile, ma il problema della mobilità nell’area urbana e suburbana è tale da richiedere tempi lunghissimi prima di poter valutare l’evento calamitoso. Se si considera che un azione efficiente di lotta attiva, per poter mostrare risultati apprezzabili in termini di riduzione del danno, deve essere effettuata entro i primi 15 minuti dall’accensione del focolaio, ci si rende conto della quasi inutilità dell’intervento di uomini  e mezzi ai fini della salvaguardia dell’integrità ecologica di un bosco. La contiguità delle aree boschive con insediamenti umani, inoltre, costringe le forze in campo a concentrarsi primariamente sulla difesa primaria delle persone e dei loro beni materiali e  a discapito degli interventi atti ad evitare danni alla vegetazione.  


2- Fattori  economici, politici e socioculturali

Gli ecosistemi che mostrano un buon livello di capacità di conservazione in presenza di un impatto antropico considerevole sono, in genere, caratterizzati dal fatto che la loro integrità coincida con le aspettative della collettività in relazione alla soddisfazione di bisogni economici, sociali e culturali.

La produzione di legname o il turismo, la fruizione ricreativa, il valore simbolico o religioso, da quando esiste la storia umana, spinto verso la protezione delle aree naturali. Questo, in Europa, è più frequente nelle culture nordiche piuttosto che in quelle mediterranee tuttavia, anche in Italia, sulla spinta del turismo ecologico molte  comunità locali hanno sviluppato una cultura della protezione dell’ambiente boschivo pianificando in maniera efficace la difesa dagli incendi. La legislazione regionale del Lazio, sin dagli anni 80  impone norme molto rigide ed efficaci in materia di difesa dagli incendi  boschivi che impongono una serie di obblighi  di prevenzione e di divieti a cui sono soggette le aree percorse dal fuoco ma, nonostante ogni anno queste vengano pubblicizzate attraverso la puntuale emanazione di un’apposita ordinanza sindacale la loro attuazione è, praticamente inesistente. L’individuazione delle responsabilità soggettive per una tale omissione farebbe di queste pagine un duro atto di accusa . Non è questo, tuttavia, l’intento primario che ci proponiamo, anche perché non sembra che ci sia mai stata, in alcuno, la volontà soggettiva di ignorare la legalità:  ci pare,  piuttosto, che esistano difficoltà oggettive che vengono affrontate  con un approccio metodologico non adatto al contesto di riferimento.

 A titolo esemplificativo,in  un comune di 5-10 mila abitanti nel cui territorio siano situate poche  centinaia di ettari a rischio IB, i cui proprietari siano poche decine e ben individuati e dove svolgano attività agro silvo pastorali un numero proporzionale  di addetti ad imprese, sarà un compito non troppo difficile per le guardie comunali o per il personale del Corpo Forestale avvertire i soggetti interessati dei rischi che incorrono qualora non rispettino le norme prescritte. Inoltre le stesse imprese che traggono reddito dai boschi, la pro-loco , la popolazione residente (magari organizzatrice di un gruppo locale di volontariato). , potranno essere soggetti attivi nello spingere verso tutte quelle misure che prevengano il rischio da IB.            

In una città come Roma, non solo la proporzione delle aree e degli abitanti sono incomparabili con quelle sopra descritte, ma mancano pure i soggetti interessati economicamente alla difesa dei boschi. Tuttavia c’è una relativa abbondanza di cittadini e associazioni intenzionate a difendere il verde, e se la presenza del Corpo Forestale è inferiore alle necessità, questo è compensato dal gran numero di addetti della Polizia Municipale, dagli uomini del Servizio Giardini e, da qualche anno, dal personale di sorveglianza dell’Ente Romanatura.  Questo potenziale umano, che basterebbe abbondantemente a svolgere un’eccellente opera di prevenzione e controllo, non è mai stato efficacemente coordinato e indirizzato a tale compito, mentre si continua ad utilizzarlo nella lotta attiva contro gli incendi con risultati caotici e sicuramente deludenti. Abbiamo più volte assistito all’invio di volontari che, non conoscendo assolutamente il percorso e l’ambiente in cui dovevano intervenire, arrivavano in ritardo e si trovavano di fronte a situazioni che non comprendevano, automezzi del Servizio Giardini che restavano bloccati dal traffico ed arrivavano ben oltre i 15 minuti dopo i quali un incendio assume proporzioni devastanti e scarsa chiarezza nei ruoli di direzione tattica e suddivisione dei compiti tra i soggetti impegnati . L’idea dell’antincendio boschivo è stata, negli ultimi anni, concepita come una serie  di ‘centrali operative’ che cercano di dirigere, quasi alla cieca, forze disomogenee che si muovono da grandi distanze su terreni che non conoscono. Sebbene alcuni maligni sostengano che la politica delle ‘centrali operative’ sia una scelta delle pubbliche amministrazioni per favorire le richieste del proprio personale che gradirebbe in maniera particolare tale mansione, noi riteniamo che tale tendenza abbia in sé motivazioni più preoccupanti. La principale potrebbe essere quella di sottrarre il controllo del territorio ai Comuni e alla popolazione locale per evitare che emergano le gravissime falle accumulatesi per decenni nell’organizzazione regionale.

La seconda  quella di preparare e mantenere fertile il terreno per quegli interventi di spesa pubblica (vedi contratti con le compagnie di aeronoleggio, rimboschimenti , acquisto di autobotti, ecc. ) che, come abbiamo detto nell’introduzione, sono spesso correlati all’aumento degli incendi.  Se esistano, a riguardo, responsabilità con rilevanza penali  sarà compito della magistratura accertarle. Tuttavia, anche se non fosse  dimostrabile il deliberato intento di precludere qualsiasi controllo del territorio al fine di trarre profitto dalla sua devastazione,  appare evidente che senza la ricostruzione di una rete che parta dal basso ci siano poche speranze di proteggere i boschi romani dagli incendi.


3- Costruire la sicurezza  anziché fronteggiare l’emergenza

Chiunque abbia una certa dimestichezza con le caratteristiche delle  imprese commerciali, conosce le classificazioni che i consulenti anglosassoni hanno adottato per talune di esse. “Always Failing Companies” e “Fire Brigadeers Companies” definiscono due tipi molto particolari di organizzazioni : la prima è quella “in costante fallimento”; la seconda è “chiamiamo i pompieri”. Le imprese “in costante fallimento”, sono quelle che non raggiungono mai il loro scopo, le “chiamiamo i pompieri” sono quelle che presentano continuamente delle condizioni di grave rischio che non riescono a fronteggiare con le proprie risorse. La cosa sorprendente è che questo tipo di imprese durano, generalmente, abbastanza a lungo. Perlomeno sino a che  le condizioni sociali esterne che vivono in maniera complementare le loro deficienze vengono a mancare o quando il malessere che si sviluppa al loro interno minaccia di paralizzare ogni attività. Tuttavia, come dimostra il caso Alitalia o la gestione dei rifiuti della Campania, prima o poi  i conti si devono sempre rendere. In ogni caso  far convivere in un impresa due caratteristiche come “essere in costante fallimento”  e “chiamare i pompieri”  è qualcosa di molto pericoloso che, non crediamo, venga  scelto intenzionalmente ma che, piuttosto,  sia dovuto all’ignoranza di una serie di dettagli niente affatto secondari che solo chi ha una conoscenza approfondita può cogliere. Molti sanno, ad esempio che le regioni centro meridionali italiane sono esposte al massimo rischio di incendi soprattutto perché, nel periodo dell’anno in cui le temperature sono più elevate, solitamente, piove di meno e la vegetazione diviene più facilmente combustibile per la minor presenza di acqua nei tessuti. Non tutti sanno, invece , che  nell’arco di dieci anni, può accadere che per uno, due e talvolta tre stagioni consecutive, piova qualche giorno nel mese di luglio. In tale circostanza, sia le graminacee perenni che le specie termofile, favorite dalla maggior durata della luce diurna e dalle elevate temperature, vegetano rapidamente e copiosamente  creando una copertura verde dei soprassuoli tale da ostacolare (con la riserva idrica presente nei tessuti fogliari) lo sviluppo degli incendi. Se chi pianifica l’organizzazione AIB non è in grado di mettere in relazione questo fenomeno con la riduzione degli incendi in quella specifica stagione, si troverà totalmente impreparato l’anno successivo quando le precipitazioni cadranno in un periodo diverso.

 Tutte le volte che un anno normalmente siccitoso è seguito a due o tre atipicamente piovosi, la sorpresa dei politici e dei funzionari con scarsa competenza tecnica,   traspare dalle dichiarazioni allarmate su ipotesi di ‘complotto terroristico’ , ‘attacco della malavita’, ‘mutamenti climatici’ che vengono rilasciate alla stampa per giustificare la totale incapacità di gestire una normale  situazione di rischio.

Dato che non è possibile prevedere quando e quanto pioverà prima della pianificazione di una campagna AIB, è evidente che un’organizzazione deve necessariamente mantenere un livello di guardia costante compatibile con le risorse disponibili e tenendo presente il rischio di logoramento umano che si manifesta in casi di emergenze prolungate. Dovrebbe, inoltre, essere sufficientemente chiaro che un’organizzazione che si basi sulla lotta agli incendi dopo che questi sono scoppiati, è esposta a tutti i possibili fattori di imprevedibilità che tra l’altro comportano gli estremi dell’inutilizzo o del logoramento delle risorse impiegate.

Se, viceversa, l’organizzazione è basata sulla prevenzione, i fattori variabili restano pressoché costanti. L’unica variante è data dalla massa della vegetazione erbacea che va sfalciata e dai suoi tempi di decomposizione  parziale (c’è un’oscillazione di 10-15 gg in relazione alla temperatura, all’umidità e alla massa), ma è una variante prevedibile dato che basta misurare l’altezza degli steli delle graminacee anche un mese prima delle operazioni di sfalcio. Inoltre, data la condizione  geo-climatica  del Comune di Roma, la vegetazione erbacea non arriva a seccagione tutta assieme, bensì, nell’arco di circa venti –trenta giorni. Il che significa che le risorse possono essere impiegate senza periodi di inutilizzo o logoramento con evidenti vantaggi economici e psicologici.

Stesso discorso vale per le attività educative e repressive nei confronti dei privati che non rispettino le norme di prevenzione: una squadra di tre elementi può tranquillamente, nell’arco di un mese, percorrere un intero municipio e verificare il rispetto della normativa. 


4- Indicazioni pratiche

Non essendo a conoscenza di chi scrive l’effettiva disponibilità in uomini e mezzi da impiegare per le campagne AIB, le indicazioni che seguono avranno un valore orientativo e riguarderanno, soprattutto, l’attribuzione di ruoli ai soggetti  normalmente impiegati all’interno di uno schema di intervento che dovrebbe prevedere:

a- Ricognizione del rischio, ossia individuazione di quelle aree ove esistano elementi storici o temporanei che facciano prevedere l’insorgenza di incendi.

b- Attuazione di opere di difesa passiva, quali rimozione della vegetazione infestante, creazione di fasce sterrate, bonifica del territorio da discariche, insediamenti abusivi, ecc.

c- Attività di educazione e sanzione delle inadempienze alle normative di prevenzione.

d- Attività di sorveglianza delle aree a rischio.

e- Intervento sui focolai iniziali.     


Il compito del punto a) può essere svolto da un gruppo di lavoro che comprenda personale della Polizia Municipale, organizzazioni di volontariato e ambientaliste coordinate dall’UPC del Comune di Roma. In passato abbiamo sperimentato con successo il coinvolgimento della cittadinanza nella segnalazione delle situazioni di rischio.

Le opere di cui al punto b) vanno, come stabilito chiaramente dalla normativa vigente, eseguite dai proprietari o conduttori dei fondi. E’, tuttavia, consigliabile mettere in campo una task force di un certo numero di elementi con idonee attrezzature che intervengano in caso di dubbia proprietà.

L’attività  sanzionatoria  (punto c) spetta , come stabilito chiaramente dalla normativa vigente, alle forze di Polizia. Nella fattispecie i gruppi della Polizia Municipale che operano nei municipi esposti agli IB , si sono già dimostrati in grado, in passato, di svolgere una rilevante azione deterrente. Le campagne educative dovrebbero essere progettate assieme alle organizzazioni di volontariato locale, per evitare alcuni clamorosi errori di comunicazione che si sono manifestati in passato.

 La sorveglianza  AIB  (punto d)  deve essere un compito prioritario di chiunque abbia in gestione a qualsiasi titolo la conservazione di un’area verde. In particolare il personale dell’Ente Romanatura che ha in gestione la stragrande maggioranza delle aree a rischio del Comune di Roma, deve essere tenuto a presentare un piano che sia proporzionale al personale impiegato. Le organizzazioni di volontariato devono, altresì, organizzare percorsi paralleli o concordati con il personale retribuito dagli enti pubblici, in quanto una reciproca ‘attenzione’ tra soggetti istituzionali e soggetti privati può funzionare da stimolo a fornire il meglio.

L’intervento (e)  sui focolai iniziali è parte di quelle azioni di I livello in carico ai Comuni. Negli anni passati, come accennato nella sez. 2 si è creata una notevole confusione di competenze che va risolta semplicemente attribuendone l’autorità al Sindaco e ai suoi organi delegati. Una volta stabilito questo irriducibile principio, va affermato che, tecnicamente, tale attività deve essere connessa a quella di sorveglianza. Pertanto, almeno una parte delle pattuglie che controllano il territorio, dovrebbe essere dotata di strumenti manuali o meccanici che permettano il soffocamento di fiamme di proporzioni ridotte. Un efficace sistema di comunicazioni che tenga in contatto costante il personale impegnato con un coordinamento operativo comunale con l’esclusione tassativa di contatti diretti  con organismi superiori quali sale operative regionali o provinciali, è l’unica garanzia per evitare i conflitti di competenze e l’elusione di responsabilità verificatesi negli anni appena trascorsi.

E’superfluo aggiungere che tale schema operativo è quello indicato, sin dai primi anni 80 , nelle varie leggi nazionali e regionali in materia AIB. Seppure le difficoltà descritte nella sez. 1 , relative alle peculiarità del territorio romano possano portare a giustificare  una certa flessibilità nell’applicazione di tale schema, il suo  abbandono, progressivamente attuato da qualche anno a questa parte,  ha portato a risultati molto negativi che non potranno che divenire catastrofici se non si provvederà  a ripristinare con decisione  il principio della responsabilità piena dei Comuni nella gestione del proprio territorio e della sicurezza delle popolazioni residenti.       

 

   

 

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