I Volontari in Kenya
2004


 


 Francesco Cotroneo

Sono un ragazzo di 28 anni e questa per me è stata la prima esperienza di volontariato ed il primo viaggio in Africa. Il campo di lavoro si è tenuto dal 19 di Agosto all' 11 settembre nel distretto di Nakuru, con obiettivo la costruzione di 4 pollai per la comunità locale. Il progetto a cui inizialmente ero stato destinato, e che io stesso avevo scelto, era differente; avremmo dovuto lavorare per la costruzione di un centro sanitario in una zona prossima al lago Victoria. A questo proposito vorrei sottolineare come le informazioni del cambiamento siano state inviate con molto ritardo dall'organizzazione kenyota nonostante anche la stessa Oikos li avesse più volte sollecitati. Tale ritardo, oltre a creare un po' di ansia in quanto a pochi giorni dalla partenza non si sa bene che si va a fare e dove, rischia di compromettere l'ottimale organizzazione del viaggio, basti pensare alla prenotazione del posto aereo, nonché a tutta la serie di bagagli che vanno adattati a seconda della circostanza. Tuttavia io sono stato fortunato poiché la destinazione non è per me cambiata di molto (le due mete sono distanti un centinaio di km e prevedono l'atterraggio nello stesso aeroporto, nella capitale Nairobi).

Tutta l'esperienza in Kenya, il campo di lavoro, il contatto con la popolazione locale, lo scambio culturale con gli altri due ragazzi del campo (entrambi kenyoti) sono state davvero uniche e indimenticabili. Qualcosa che lascia il segno dentro e che difficilmente si può spiegare a parole. Il distretto di Nakuru è una zona molto povera; già dire che gli abitanti sono poveri sarebbe un complimento perché presupporrebbe forse il fatto che per lo meno abbiano qualcosa; il più delle volte non è così, loro non hanno quasi nulla! Ma ciò non gli impedisce di accoglierti con sorrisi mai visti, sorrisi che vengono dal cuore, non impedisce loro di donarti tutto l'affetto e la premura che hanno, come se svuotassero completamente il proprio cuore mettendolo a tua completa disposizione. Difficilmente in Italia, in Europa e in tutti i paesi industrializzati, si può osservare  un tale comportamento. In Kenya il senso dell'amicizia e del rispetto traspare in ogni piccolo gesto ed ogni cosa è vissuta nella totale semplicità ed è  basata sulla spontaneità e sincerità. Tutto questo atteggiamento e l'atmosfera che si respirava e in cui ero perennemente immerso mi ha permesso di superare i vari problemi che inevitabilmente lì si incontravano a causa di una differente organizzazione e di un
diversissimo stile di vita, uno stile di vita umile e "povero" a cui noi occidentali non siamo affatto abituati. Il divario, oltre che dal punto di vista prettamente fisico, che si toccava direttamente con mano (mancanza di luce, acqua, servizi, comodità),  risiede anche a livello mentale  e,  a livello di mentalità,  rappresenta uno dei blocchi maggiori da superare. Le due problematiche principali secondo me risiedono in questi due aspetti:
- da un lato la difficoltà di "sopravvivenza" alle condizioni di vita locali. Nel distretto di Nakuru quasi tutti gli abitanti vivono in case di terra, costituite da un umile e semplice soggiorno e dalle stanze per dormire. Non c'è elettricità (solo 2 case in tutta la zona ne sono provviste) e ovviamente non vi è una rete idrica. Noi soggiornavamo presso una famiglia, la casa era una delle poche in mattoni, la stanza in cui dormivamo era molto essenziale ma accettabile. La difficoltà era rappresentata soprattutto dai servizi igienici (latrina) e dalla cucina (legna o fornelletto a cherosene). Questo aspetto è da tenere presente per chi voglia affrontare un viaggio o un campo in questa zona, adattarsi a
condizioni di vita modeste e soprattutto a situazioni igieniche carenti, non è affatto facile. Solo se si è determinati e veramente convinti di ciò che si sta facendo, il tutto passa in secondo piano, altrimenti potrebbe rappresentare un problema da non sottovalutare. Io per esempio ho avuto più volte problemi con l'alimentazione, (febbre, vomito, inappetenza)  e l'ultima settimana uno stato di nausea perenne : problemi tutti legati alla differente alimentazione e allo stato igienico in cui si cucinava.
- Dall'altro lato la difficoltà di comprendere e accettare a pieno la diversa mentalità. Noi lavoravamo per  due comunità di donne della tribù Kalenjin. In questo distretto, a causa dell'elevata povertà, le donne si sono unite in gruppi e si aiutano economicamente e moralmente a vicenda. Tutte le donne (e anche i loro mariti quando sono presenti) erano estremamente amichevoli e particolarmente premurose nei miei confronti, ma spesso l'unica via per non deludere le loro aspettative era assecondarle. Per questo spesso mi sono ritrovato ad esempio a bere 5 tazze di tè (con latte) al giorno, a fare 4 pasti nell'arco di tre ore, anche se in non eccellente stato di salute, o a interrompere il lavoro solo perché loro
temevano che fossi stanco.
Anche il lavoro stesso si svolge in maniera totalmente differente, ciò che qui da noi, ai nostri ritmi, si costruirebbe in un giorno, lì necessita di almeno il triplo del tempo, proprio perché l'atmosfera è molto rilassata, le pause sono frequenti e l'organizzazione è scarsa. Non si pianifica il lavoro, semplicemente si fa.

Come ultimo aspetto volevo spostarmi sulla organizzazione vera e propria del campo. Arrivato a Nairobi, mi sono ritrovato un po' spiazzato nell'apprendere che io sarei stato l'unico volontario straniero e che in totale saremmo stati solo tre volontari. Parlando con il responsabile del PIVS (l'organizzazione keniota) mi è stato detto che per il momento loro sono un'organizzazione nuova e per tale motivo hanno pochi partner stranieri (Italia e Sud Corea). Se da un lato ciò mi ha consentito di vivere in maniera molto intensa questa esperienza (una full immersion nello stile di vita keniano) dall'altro è venuto mancare un confronto e uno scambio culturale più ampio, anche con altri giovani di differente provenienza e mentalità.
So che la finalità del campo non era questa, ma penso che un ampliamento dell'"organico" volontari non guasterebbe. A volte infatti mi sarebbe piaciuto spendere diversamente il  tempo libero, che passavamo quasi esclusivamente a visitare le donne della comunità nelle loro abitazioni, mentre la sera, dopo aver mangiato presto, parlato un po' o guardato un po' di tv (collegata alla batteria della macchina) si andava a letto.

Concludendo, volevo precisare come la mia esperienza sia stata unica e meravigliosa, e se sono stato così critico sotto certi aspetti , è stato solo perché spero possa servire a migliorare alcune situazioni.
Non potrò mai dimenticare la tristezza stampata sul volto delle donne quando non stavo bene, come quel giorno abbiano sospeso il lavoro per venirmi a trovare, i loro sorrisi, i loro canti in mio onore, i loro balli e le loro lacrime alla mia partenza. Addirittura una donna ha chiamato il figlioletto appena nato con il mio nome... insomma, già solo questo dice tutto di quanto siano deliziosi e unici e di quanto meriti soffrire e faticare un po' per toccare con mano valori genuini che qui da noi stiamo irrimediabilmente perdendo.
 

 Micaela Candeloro

LAVORO E ORGANIZZAZIONE

Mi chiamo Micaela Candeloro. Ho 27 anni. Sono una sociologa e lavoro nel sociale da qualche anno. La scorsa estate ho finalmente coronato uno di quei sogni che custodivo gelosamente dagli anni dell’infanzia, quando sentivo forte dentro di me il desiderio di rendermi utile per le persone che soffrono; a distanza di anni il sogno si è tramutato in un bisogno vitale, quello di agire coerentemente fino in fondo coi miei valori e di fare qualcosa di pratico, di concreto a favore di gente che ingiustamente subisce gli effetti negativi del gap socio-economico che caratterizza il nostro mondo e che strenuamente lotta per la sopravvivenza. Spinta dal desiderio di dare, di aiutare, di scoprire, di toccare con mano per dare una base più reale a quelle che generalmente sono solo belle parole, ho contattato l’Oikos per partecipare ad un campo lavoro in Kenya. Per motivi di lavoro sono stata costretta a svolgere un’attività di volontariato a breve termine. L’organizzazione keniota che gestiva il campo lavoro è la Pamoja International Voluntary Service, che promuove la collaborazione tra volontari e gruppi di donne e giovani allo scopo di realizzare progetti di auto-sviluppo.

Il campo si è svolto nel distretto di Nakuru, città sita nella Rift Valley, e più precisamente presso il villaggio di Ingobor, terra dei Kalenjins, una delle più grandi tribù keniote, conosciuta per l’eccezionale abilità nella corsa. I Kalenjins vivono soprattutto di pastorizia e di una scarsa agricoltura; si alimentano quindi con i prodotti della terra e soprattutto di latte, che, insieme all’ugali, costituisce il piatto base di questa tribù. I Kalenjins sono molto ospitali e gioiosi; di religione cristiana, sono particolarmente credenti e praticanti.

 Come ogni tribù, anche questa è suddivisa in sottogruppi. Quelli con i quali ho avuto modo di relazionarmi sono i Mogoon e i Kapsoton, costituiti essenzialmente da donne. Entrambe le comunità sono ben organizzate; molto forte è la cooperazione tra i membri, che condividono spese e ricavi di molte attività economiche, in modo da finanziare i progetti di sviluppo, primo tra i quali quello di costruire delle cisterne d’acqua. L’idea è quella di dotare ogni famiglia di una cisterna per la raccolta dell’acqua piovana, allo scopo di utilizzarla non solo per le necessità domestiche, ma soprattutto per consentire alle donne di allevare mucche, pecore, galline. L’iniziativa ha come obiettivo quello di facilitare il raggiungimento dell’indipendenza economica da parte delle donne, che, allevando qualche animale, hanno la possibilità di fornire sostentamento alle famiglie e di ricavare denaro sufficiente a garantirsi una minima autonomia dagli uomini.

La condizione delle donne in Kenya è di netto svantaggio rispetto a  quella maschile. Non hanno diritto all’eredità, sono spesso oggetto di violenze e di sfruttamento e private della loro dignità.

Il campo lavoro al quale ho partecipato è durato tre settimane, dal 21/06 all’11/07. Il gruppo dei volontari era costituito da altre due ragazze italiane, da un ragazzo di Nairobi e da due ragazzi e una ragazza del posto. Abbiamo soggiornato presso un’accogliente struttura appartenente a una famiglia dei Kapsoton. La nostra abitazione, come la maggior parte di quelle della zona, era sprovvista di energia elettrica, acqua corrente e servizi igienici, ma, diversamente dalla altre, era in muratura. Generalmente le case sono di fango, ma comunque molto accoglienti e sufficientemente arredate.

Abbiamo organizzato turni in cucina, che prevedevano l’affiancamento di un Keniota a un italiano, poiché bisognava preparare piatti tipici della cucina locale. La nostra alimentazione era fondamentalmente vegetariana, ma molto nutriente. L’ugali, piatto prioritario, è a base di farina di mais, che va fatta rapprendere in acqua bollente; si accompagna con verdure e si mangia rigorosamente con le mani.

Non ho avuto alcun problema ad abituarmi alla cucina del posto, né tanto meno ai metodi di preparazione dei cibi. Utilizzavamo due fornelli a carbone che richiedevano tempi lunghi per la cottura dei cibi.

L’acqua è un bene scarso; non essendo potabile, è necessario bollirla per poterla bere. Nel campo avevamo a disposizione più cisterne d’acqua; nell’area circostante non mancavano fiumi, ai quali di solito donne e bambini vanno ad attingere acqua, trasportandola in grossi contenitori per lunghe distanze, aiutandosi al massimo con una bicicletta.

L’unica nota negativa nell’organizzazione del campo ha riguardato una non sempre chiara gestione del budget a disposizione.

La zona di Ingobor non è eccessivamente malarica; in ogni caso è opportuno prendere le dovute precauzioni, usando spray e zanzariere.

Il lavoro si svolgeva durante la mattina, in orari abbastanza elastici, secondo la logica dominante dell’ “hakuna matata” (nessun problema). Siamo riusciti a costruire due cisterne, una per i Mogoon e una per i Kapsoton. Bisognava camminare molto prima di raggiungere le abitazioni presso le quali svolgevamo la nostra attività. Il lavoro era alquanto pesante; bisognava scavare una buca profonda circa 50 centimetri e con un diametro di 5 metri, preparare e trasportare il cemento, spostare massi e mattoni molto grandi. Gli attrezzi a disposizione erano pochi, ma il lavoro è sempre stato svolto con rapidità e senza grossi problemi.

RAPPORTI CULTURALI

I padroni dei siti presso i quali abbiamo lavorato hanno mostrato un’enorme generosità e ospitalità, caratteristiche comuni all’intera tribù. Il cibo offertoci era sempre abbondante e andava consumato tutto, per evitare di offendere chi lo offriva con tanta premura.

Il lavoro costituiva un’ottima occasione di socializzazione con le donne, abituate a lavorare sodo e ad aiutarsi vicendevolmente. Prima di ogni altra cosa, esse hanno dato un nome diverso ai volontari italiani. Il mio era Chenuach, che in kiswahili significa “persona bassa”, a causa della mia statura. Un modo, questo di chiamarci con il loro linguaggio, di farci sentire parte integrante del gruppo e per facilitare la comunicazione. La maggior parte delle donne era inizialmente diffidente rispetto alla capacità di noi bianche di usare zappe e pale per lavorare. Siamo riuscite a stupirle per la nostra energia e l’efficacia del nostro impegno. La comunicazione non era sempre facile, sia perché alcune donne non parlavano l’inglese, sia perché non è semplice per loro comprendere la situazione politica e  socio-economica di noi occidentali. Esiste un enorme divario di mentalità, ma la cooperazione, la solidarietà, la forza, la speranza di questi gruppi sono assolutamente invidiabili e sicuramente rarissimi da trovare nel mondo occidentale.

Nei pomeriggi liberi, abbiamo visitato molte abitazioni delle due comunità; tutti ci volevano come ospiti, per avere un’ennesima occasione di conversare con noi e di ringraziarci per il lavoro svolto. Le donne erano particolarmente curiose di conoscere le nostre realtà, di scoprire le nostre forme organizzative, di confrontare il loro stile di vita con il nostro. Con difficoltà sono riuscita a far capire loro che il nostro benessere non è affatto generale e che non è sinonimo di felicità e di stabilità; a stento si sono convinte che anche in Italia svolgiamo lavori manuali ed erano stupite di scoprire che anche dalle nostre parti c’è povertà, disagio ed emarginazione. In ogni caso, le donne Kalenjins sono molto forti e  determinate, orgogliose e combattive. Sono il perno delle proprie famiglie, tutte molto numerose. Coltivano una profonda speranza per il futuro e di sicuro sono loro a trainare lo sviluppo locale, in cui credono fermamente.

I pochi uomini che abbiamo incontrato hanno mostrato una forte curiosità e ci hanno rivolto tantissime domande, soprattutto a proposito delle nostre colture, dei metodi agricoli e di allevamento. Generalmente gli uomini non lavorano tanto quanto le donne, ma hanno esigenze molto più grandi ed pretendono che le proprie mogli siano servizievoli e ben disposte nei loro confronti. Pur lottando per la conquista dell’autonomia e per un maggior riconoscimento dei diritti personali, le donne mettono in atto una serie di comportamenti, profondamente influenzati dalla tradizione e dalla cultura locale, che ossequiano eccessivamente i mariti e che manifestano la loro sottomissione o comunque la supremazia che il sesso maschile ha nell’ambito domestico. Ad esempio, gli uomini consumano i pasti seduti al tavolo, insieme agli ospiti, mentre le donne mangiano all’esterno, sedute in terra.

Il contatto con i giovani è stato costante. Oltre ai volontari coi quali abbiamo condiviso le nostre intere giornate, abbiamo intessuto relazioni con altri ragazzi del posto, deliziati dalla nostra presenza. Con loro la comunicazione è stata indubbiamente più semplice; molti di loro hanno un titolo di studio alto e una mentalità più aperta e disponibile al confronto. Sono stati affrontati molti argomenti. I giovani sono fiduciosi nel futuro specie perché sono molto religiosi, ma assolutamente delusi dalle condizioni di vita attuali, dalla povertà dilagante, da una disoccupazione estrema, frutto di una gestione politica corrotta e totalmente sbilanciata a favore dei pochi ricchi. Molti di loro sognano di venire in Europa, ma amano tanto la loro terra.

Abbiamo avuto modo di socializzare con molti bambini, la maggior parte dei quali non aveva mai visto prima uno Mzungo (uomo dalla pelle bianca). Una delle emozioni più forti è stata quella di farsi toccare da quelle innocenti e curiose manine, che volevano constatare se la consistenza della nostra pelle fosse la stessa della loro. Tanti erano spaventati, altri desiderosi di conoscerci meglio e di giocare con noi. Ci ripetevano continuamente “How are you?”. Abbiamo visitato scuole e orfanotrofi, sfogliato i loro libri e quaderni e regalato loro i nostri. Sano rimasta stupefatta dinanzi alla tranquillità e alla compostezza di classi tanto numerose, seguite da un solo insegnante. E ho sentito un forte imbarazzo quando mi veniva chiesto di confrontare la nostra scuola con la loro, ma lo sguardo di una sola di quelle meravigliose creature era capace di spazzare via qualsiasi incertezza e timore. L’uniforme è obbligatoria e nella Primary School costituisce l’unica spesa che le famiglie devono affrontare; tutto il resto è fornito dallo Stato, ma talvolta le famiglie non possono permettersi una tale spesa perché molto numerose e questa impossibilità può costituire un motivo di abbandono scolastico. Il problema più grave nel sistema scolastico del Kenya è che gli insegnanti sono pochi e mal pagati; le classi sono affollatissime e il metodo educativo e didattico non può essere efficace.

Se in città le scuole sono migliori e più efficienti, più cospicuo è il fenomeno dell’evasione dall’obbligo scolastico. Nei centri urbani, infatti, tanti, troppi bambini vivono per strada, sniffano colla per tutto il giorno e chiedono elemosina. E’ una scena terribile, che ti fa sentire impotente, totalmente annientata da una realtà più grande, immutabile. Non ci si può confrontare con tanta durezza e tanta miseria, non c’è modo di trovare una risposta alle mille domande che scattano automaticamente a una tale vista. Gli occhi lucidi e persi, lo sporco ovunque, i movimenti rallentatissimi, la voce instabile, i passi non controllati. E quella maledetta mano stretta attorno a quella odiosa boccetta di oblio, per annientare se stessi, la verità dell’origine, il futuro buio. La negazione della vita, a pochi chilometri da un posto –quello in cui vivevamo- dove invece l’amore per la vita è esaltato ovunque, in ogni sforzo quotidiano, in ogni gesto spontaneo e profondo, in ogni stretta di mano. Non posso trovare le parole per descrivere il mio stato d’animo davanti ai bambini che mi chiedevano soldi, tendendo una mano verso di me e stringendo il flaconcino di colla nell’altra. Purtroppo il denaro viene usato per acquistare altra colla; se offri loro del cibo, puoi constatare la delusione sui loro volti. Non penso sia una scelta, non credo sia biasimabile, se non c’è nessuno a controllare, a vietare, a correggere. 

Andare in città era alquanto faticoso, non tanto per la distanza da coprire quasi interamente a piedi, quanto per i mille occhi puntati addosso, occhi che chiedevano pietà, aiuto, sostegno, occhi che a volte sembravano sfidarti, quasi volerti spogliare per privarti di ogni cosa, specie di quello che questa maledetta pelle bianca rappresenta per gli africani. Avrei voluto privarmene, avrei voluto strapparmela di dosso davanti a loro tutti…l’ho odiata la mia pelle e un senso di vergogna, di impotenza, di sconfitta indescrivibile mi assaliva …Ho navigato per tutto il tempo nella confusione emozionale più profonda. Non riuscivo a capire se dominava in me la gioia per un contatto umano così profondo e spontaneo, per la soddisfazione di stare aiutando persone bisognose, per la gratitudine che tutti dimostravano nei miei confronti, oppure la tristezza nel vedere tanta sofferenza, tanta miseria, un tale abbandono e nel provare vergogna di appartenere a una razza che ha spogliato quella africana di ogni ricchezza, tranne quella interiore. Se il mondo vivesse di gioia e non di denaro, saremmo già morti tutti da questa parte di mondo, mentre nell’altra la prosperità sarebbe infinita…

Sento ancora le voci, i canti, l’armonia di quella gioia; la forza, la speranza, la pace, la serenità di quella gente mi sono rimasti dentro. Porterò con me ovunque i volti gioiosi e riconoscenti di quelle persone e per sempre conserverò le emozioni semplici e profonde che il loro contatto mi ha regalato. Emozioni che hanno preso forma e consistenza fin dal primo momento, pur se non riesco ancora a dare loro un nome preciso; emozioni che si sono spalmate, lente, nel tempo dilatato che batte il ritmo della vita keniota; emozioni cullate dalla serenità di una terra magica, i cui odori, sapori, colori e soprattutto calori mi accompagnano ancora.

Di certo tornerò in quella terra. Di certo continuerò a credere nella cooperazione e nello sviluppo e a impegnarmi nel mio piccolo affinché si diffondano. Di certo la mia vita è cambiata dopo l’esperienza in Kenya  e di certo devo ringraziare le persone che lì ho incontrato se oggi, più di ieri, credo nella pace e nella solidarietà.


 


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