I Volontari in Marocco 2005


 


 Giancarlo Pepe

LAVORO

Il lavoro consisteva nella ricostruzione di un’antica abitazione all’interno della città vecchia (Medina). In particolare ho supportato gli operai del posto nello svolgimento dei lavori pesanti (es. spostare materiali attraverso l’uso di una carrucola, preparare la pasta per il cemento ecc.). Si lavorava mezza giornata di mattina.

A volte eravamo troppi e non essendoci abbastanza lavoro per tutti si lavorava molto poco oltre a ostacolarsi a vicenda nello svolgimento delle proprie mansioni.

Non vi era alcuna pianificazione del lavoro. Tutto veniva deciso al momento sulla base delle esigenze degli operai e del numero dei volontari.

I coordinatori non sono stati di alcuna utilità nella pianificazione del lavoro.

L’attività svolta non coincideva con quanto descritto sull’infosheet.

I momenti migliori di scambio culturale hanno avuto luogo con gli operai arabi durante le mattine di lavoro. Ho anche tratto grande soddisfazione nel vedere i lavori avanzare.
 

SOGGIORNO

Sono stato sistemato insieme agli altri volontari e ai coordinatori del campo nel residence della scuola Alcansa, come descritto nell’infosheet. La Cucina era buona ma scarsa in termini di quantità soprattutto alla sera.

La pulizia delle stoviglie era lasciata al caso e quindi alcuni volontari hanno lavato molto più degli altri e si sono create delle piccole ma antipatiche dispute. I coordinatori non sono stati capaci di risolvere la situazione pubblicando, ad esempio, di giorno in girono i nominativi delle persone che dovevano pulire.

I bagni sono stati puliti una volta in una settimana. Insufficiente visto che eravamo in 20 (circa) ad utilizzarli.

I letti (lenzuola e materassi) erano molto sporchi.

Non ho mai visto qualcuno pulire i pavimenti del residence in cui alloggiavamo.
 

ORGANIZZAZIONE

Il vero punto debole del campo di lavoro.

Innanzitutto non sono stato con la CSM, come da infosheet, ma con l’Association des Jeunes Volonataires des Chantiers Internationaux (AJVCI).

Ho incontrato in una sola occasione un rappresentante della CSM il quale mi ha comunicato, dopo quattro giorni dal mio arrivo, che sull’infosheet c’era scritto un indirizzo errato e che quindi avevo sbagliato campo. Al mio rifiuto di spostarmi, ha accettato serenamente la mia decisione salvo chiedermi dei soldi per il vitto e l’alloggio. In verità i soldi non avrebbe dovuto chiedermeli in quanto io ero ospite dell’AJVCI e non della CSM. Tuttavia su indicazione del presidente dell’AJVCI ho pagato ugualmente.

A causa del suddetto disguido il mio campo di lavoro è durato una settimana anziché due. La seconda settimana l’ho utilizzata per vedere il Marocco.

Le mie indicazioni sull’organizzazione riguardano quindi l’AJVCI e non la CSM su cui comunque, in base all’unico contatto avuto, esprimo un parere molto negativo.

L’AJVCI ha messo in luce una forte disorganizzazione di cui molti volontari si sono approfittati trasformando un campo di lavoro in un villaggio vacanze. Molti volontari e anche molti organizzatori hanno, a mio parere,  perso di vista l’obiettivo del campo di lavoro e si sono concentrati su altre attività. Ciò ha diviso il gruppo (circa 40 volontari) in due tronconi: una minoranza di persone venute per aiutare e fare un’esperienza collettiva e una maggioranza di persone senza forti motivazioni.

La cattiva organizzazione e l’assenza di qualcuno tra i coordinatori con un po’ di polso fermo ha rovinato un’esperienza che poteva essere molto bella.

Lo scambio culturale con alcuni volontari e con alcuni membri dell’AJVCI rimangono tra le cose più belle del campo di lavoro.

 

Devid Boschini

Volevo ringraziare innanzitutto la mia ragazza, Enrica Cattini.
E’ stata, infatti,  proprio lei a propormi lo scorso anno una esperienza di vacanza diversa e, come si dice da noi  (a  Correggio, un piccolo paese di circa 20.000 abitanti in provincia di Reggio nell’Emilia) alternativa. 
Io avevo svolto in passato un esperienza di volontariato nell’AUSER  mentre Enrica non aveva svolto mai alcuna attività.   Sono rimasto prima di tutto stupito, ma anche dispiaciuto  perché pensavo di passare  nel 2005 le  settimane di ferie che avevamo a disposizione in Spagna o nei Paesi dell’Est girando con il nostro camper. Desideravo questo perché noi stiamo insieme da 6 anni e mezzo circa, ma non ci siamo mai potuti permettere una vacanza da soli e questo sembrava l’anno giusto. Di fronte all'entusiasmo di Enrica, tutta intenta a cercare   associazioni di volontariato con cui partire la delusione è svanita.   In un primo momento abbiamo cercato un progetto che ci poteva interessare, noi due non siamo artisti o professionisti e non possediamo un titolo di studio, non conosciamo bene né il francese né l’inglese per poter stare a contatto con dei bambini, pertanto abbiamo optato per dei campi di lavoro dove c’era da dare un apporto manuale quali la pulizia di spiagge, pitturare classi, scuole, fare giardinaggio, ecc. Ci siamo buttati sull’Africa, considerato che Enrica ha solo tre settimane di ferie in agosto e quindi devono coincidere con le date dei vari campi di lavoro. Pensavamo subito il Kenya, considerato che tra i campi presenti era quello che forse rappresentava una realtà africana più autentica rispetto ad esempio il Marocco che poi abbiamo scelto. Enrica ha pensato al Marocco, a me, se devo essere sincero, non andava molto di andare in Marocco, questo perché in passato ho avuto una brutta esperienza con un nordafricano, forse Algerino, ma alla fine mi sono convinto e ho deciso di tornare ancora.
Passiamo quindi alla relazione.
Mi hanno colpito le parole all’incontro di orientamento del 29 giugno 2005.. Volevo salutare Juri Pistolesi ed Enrica Mazzei che purtroppo non ho potuto incontrare a Fez (li ho conosciuti all’incontro di orientamento) per problemi di incomprensione con i nostri referenti a Fez e anche Giancarlo Pepe che doveva essere nel nostro stesso campo di lavoro, ma che non è mai arrivato, spero abbia risolto in un altro modo. Devo premettere che l’esperienza è stata forte, intensa, emozionante e positiva sebbene ci siano stati moltissimi problemi di carattere organizzativo. Innanzitutto già all’arrivo alla Stazione dei Treni a Fez abbiamo avuto la prima sorpresa (siamo arrivati in treno da Casablanca). Abbiamo telefonato all’ultimo numero che ci aveva inviato uno dei Responsabili del CSM tramite e-mail, ce lo hanno cambiato infatti due volte. Ahmid, così si chiamava il ragazzo, ci ha detto che sarebbe arrivato dopo un’ora. Allora io ed Enrica abbiamo cenato al bar-ristorante della stazione, dopo un po’ arriva un ragazzo ed Enrica prima che lui pronunciasse a noi i nostri nomi gli ha chiesto se era Ahmid, ma lui ha risposto di no e ha indicato dall’altra parte della Stazione mentre chiamava una persona. Io ho subito fatto presente all’Enrica che doveva aspettare che il ragazzo pronunciasse i nostri nomi perché solo lui sapeva i nostri nomi, mentre così poteva accadere che questi due “personaggi” potessero riservarci qualche brutta sorpresa. Effettivamente qualche dubbio ci è venuto perché Ahmid ci ha poi lasciati soli con l’altro ragazzo che ci ha accompagnati al campo di lavoro, dicendo che era in una birreria insieme a quelli del campo precedente il nostro. Noi abbiamo fatto vedere ad Ahmid il Workcamp Infosheet e gli abbiamo pronunciato più volte che dovevamo prender parte al Campo 38 al Liceo Alkhansaa a Fez, lui diceva sempre di sì, ma quando siamo andati con l’altro ragazzo e abbiamo notato che ha fatto svoltare il Petit Taxi in una via completamente al buio, io e Enrica ci siamo guardati, ho chiesto conferma al ragazzo se ci accompagnava al Liceo Alkhansaa e lui ci ha detto di no, ci ha risposto che eravamo in un Polo Scolastico. Mi sono agitato e innervosito perché avevo paura che ci facessero qualcosa di poco bello. Il taxi poi se n’è andato, abbiamo seguito a piedi il ragazzo, continuando a chiedere se il liceo Alkhansaa era vicino, ma continuava a rispondere di no. Allora ho chiesto se c’erano altri ragazzi, italiani e ho fatto il nome di Juri ed Enrica che partecipavano ad un altro campo, ma che dovevano dormire nello stesso liceo, ma mi ha risposto che non c’era nessun italiano. Allora i dubbi e le incertezze aumentavano, ad un certo punto siamo entrati ad un cancelletto, era tutto buio, solo una piccola luce illuminava un cortiletto dove c’erano altre due persone. Qui ho detto ad Enrica: “Ecco, qui se ci va bene ci derubano!”. Il ragazzo chiama uno di loro e ci invitano a seguirli nel buio, superiamo un muro, di fronte solo una montagnetta di terra, pesto, ho ripetuto ad Enrica: “Qui ci fanno fuori, stai pronta a scappare!”. Io continuavo a chiedere del liceo Alkhansaa e di ragazzi italiani, ma sembrava che non mi capissero. Poi siamo arrivati ad un cancello, siamo entrati e di fronte c’era una costruzione  che assomigliava ad un carcere. Ci hanno fatto vedere i letti e per il momento eravamo felici vedendo comunque che c’erano altri zaini, che testimoniavano la presenza di altri ragazzi probabilmente fuori con Ahmid. La paura è poi sparita dopo qualche minuto sentendo una voce femminile e vedendola dialogare con il ragazzo che ci ha accompagnato lì. Abbiamo ascoltato anche noi e abbiamo capito che lei era del campo precedente il nostro e che domani partiva, era l’ultima rimasta. Poi il ragazzo ci ha fatto vedere il bagno sempre che si possa chiamare bagno, la cucina dove ci si preparava da mangiare piena di formiche e toponi, la stanza delle ragazze e quella dei ragazzi, una grande sala dove c’erano delle reti e dei materassi che quando ti sdraiavi toccavi per terra!!! Quella notte Enrica ha dormito di fianco a me, in due letti separati, sebbene nella stanza ci fossero dei ragazzi marocchini, chiaramente abbiamo chiesto loro il permesso e ce lo hanno concesso.
Il giorno dopo, sabato 6 agosto, quando ci siamo svegliati, sono andato fuori a vedere dove eravamo alla luce del sole, sembrava di essere in un carcere: la nostra scuola era racchiusa tutt’intorno da una muraglia alta almeno 3 metri, il cancello non ti permetteva di vedere al di fuori, uscendo dal cancello si vedevano in minima lontananza altre 3-4 scuole, ecco perché ieri sera il ragazzo ci ha parlato di polo scolastico, sulla sinistra c’era un campo da basket e più lontano ancora un campo da calcio. Poco dopo abbiamo visto entrare nella sala dove abbiamo pernottato, due ragazze e un ragazzo, finalmente qualcuno di nuovo, abbiamo pensato. Infatti le due ragazze sono del nostro stesso campo 38 ed il ragazzo è uno dei coordinatori, sono stati tre giorni a Meknès in un altro campo di lavoro.
Il campo di lavoro vero e proprio iniziava domenica 7 agosto, e si concludeva il 21 di agosto. Molti sono arrivati nel pomeriggio di sabato, tra cui il responsabile coordinatore del campo. Io ed Enrica eravamo gli unici ragazzi italiani, poi molte ragazze francesi, gli altri erano tutti marocchini, infatti alle ragazze marocchine non è permesso a partecipare ai campi di lavoro
La domenica, un ragazzo marocchino di Casablanca ci ha portati ad una festa folkloristica, distante 60-70 km da Fez. C’erano anche due ragazze francesi, Honorine e Lucie. Qui siamo stati a contatto con la comunità marocchina, ci siamo seduti all’interno delle capanne allestite su una distesa di terra infinita, ci siamo tolti le scarpe, e scalzi abbiamo camminato sui tappeti, abbiamo osservato e ascoltato delle persone che ballavano e cantavano. I posti erano divisi, da una parte gli uomini e dall’altra le donne. Hanno capito che siamo stranieri, e ci hanno accolto facendoci spazio in prima fila. Poi siamo andati a sederci sotto un tendone dove abbiamo mangiato all’aria aperta carne macellata sul posto e cotta alla griglia. A dire il vero l’ho mangiata solo io e Mustapha, le ragazze non hanno voluto, effettivamente le condizioni igieniche per mangiare quella carne lasciavano a desiderare, ma vedendo la carne bella rossa ho provato!!! E mi è andata bene!!!
La prima notte del campo mi ha scosso un altro evento, parlo di me perché Enrica poi si è trasferita a dormire in un’altra stanza insieme a tutte le altre ragazze. Uno dei ragazzi continuava a parlare e a disturbarci nel sonno, il responsabile coordinatore e gli altri due coordinatori gli hanno detto più volte di stare zitto e dormire, fino al punto di dirgli che se non aveva sonno poteva andar fuori. Questo ragazzo di nome Joseph era grosso come una montagna e aveva proprio la faccia da cattivo, si è alzato, ha acceso la luce ed è andato vicino ai coordinatori a brontolare ad alta voce, non preoccupandosi che c’era gente che dormiva sia in questa sala che in quella a fianco. Sono andati avanti a discutere fino alle 6 di mattina, io e Paolo, l’altro ragazzo italiano arrivato la domenica, ci siamo guardati per dire che cosa succedeva. Temevo la  rissa perché non ne venivano mai a capo, la mia esperienza negativa vissuta molti anni fa in Francia era tornata forte nella mia mente e avevo molta paura. Ad un certo punto si sono alzati tutti dal letto, i tre coordinatori e gli altri sei-sette ragazzi marocchini e sono usciti. Pensavo fossero andati a regolare i conti a coltellate visto che in cucina comunque giravano coltellini svizzeri. Pensavo anche ad Enrica, a che cosa avesse pensato sentendo questa confusione in piena notte, ma il giorno dopo mi ha detto che lei ha dormito e non ha sentito nulla. Faceva paura era anche il fatto che discutevano in marocchino e non in francese, il marocchino è una lingua molto veloce e rauca e intimorisce chi non la conosce già!
Il mattino dopo comunque Joseph aveva vinto su uno dei coordinatori (non so come) perché si vedeva che lo guardava con rabbia e astio e rispetto al sabato aveva cambiato atteggiamento, non era più sorridente come prima.
Per quanto riguarda l’organizzazione del campo di lavoro, questo ha lasciato molto a desiderare: come prima cosa ci hanno detto che invece di essere in 10 saremmo stati in 25 perché un altro campo non era stato aperto e quindi venivano convogliati nel nostro. Inoltre abbiamo poi saputo dal responsabile del CSM locale che il campo del liceo Alkhansaa c’era, ma siccome erano già in numero sufficiente ci hanno portato in quello attuale. Abbiamo pulito solo una classe e non abbiamo pitturato, come poi ci è stato promesso, ma abbiamo fatto del giardinaggio e grazie a Paolo abbiamo fatto un murales. Anche il gruppo che precedeva il nostro campo non aveva pulito né pitturato, ma solo fatto giardinaggio. I 3 coordinatori con gli stessi soldi che avevano per gestire 10 o 15 persone hanno dovuto gestire ben 25 ragazzi, pertanto il mangiare era sempre lo stesso, a pranzo pollo e a cena riso e latte. Molti ragazzi marocchini si lamentavano di questa situazione, altri non lavoravano. Un giorno sono venuti due responsabili di tutti i campi di lavoro che vengono organizzati in Marocco e hanno voluto parlare solo con noi europei per affrontare i problemi. Quando gli abbiamo detto che senza di noi occidentali, i ragazzi marocchini non avrebbero fatto nulla per tutto il giorno, loro ci hanno risposto che per loro è una vacanza vera e propria, vengono nei campi di lavoro perché spendono poco, si divertono, sperano di conoscere ragazze, vanno a letto tardi la sera. Io non trovo sia giusto decidere di far parte di un campo di lavoro e non impegnarsi  a portarlo a termine. Per fortuna non tutti erano così, tre o quattro aiutavano sempre, anche se nella seconda settimana quando io, Paolo, Enrica e Jessica ci alzavamo alle 6 per poter finire il murales prima di andar via, loro arrivavano alle 9!!!
I coordinatori cercavano di coinvolgerci per le gite pomeridiane, ma essendo numerosi non tutti erano d’accordo di andare dove avevamo deciso la prima sera quando si era stilato un calendario e ognuno poteva consigliare cosa avrebbe visitato o cosa sarebbe stato bello da vedere. I coordinatori, purtroppo, non si sono fatti “rispettare” e così la seconda settimana hanno messo sul calendario tutti i giorni uscita libera, che poi non era tanto libera perché io e Enrica  non potevamo uscire da soli perché i coordinatori volevano fare tutte le cose insieme. Non trovo sia  sbagliato, anche perché volevamo vedere la città di Fez, la città imperiale per eccellenza del Marocco, e in loro compagnia è stato molto più facile.
Enrica ha avuto uno scambio interculturale molto più importante rispetto a me, perché ha legato molto con Honorine e Lucie e poi con le altre ragazze, soprattutto con Lucie che si impegnava a parlare lentamente, mentre io dovevo sforzarmi perché i ragazzi del Marocco mi erano incomprensibi,  innanzitutto, per la velocità di esprimersi, anche se alcuni parlavano l’inglese. Per fortuna c’era Paolo, almeno con lui ogni tanto potevo parlare ed essere compreso, anche se devo dire che non mi sono mai  sentito introverso nei confronti degli altri ragazzi perché comunque tra un po’ di francese, un po’ d’inglese e a gesti alla fine ci capivamo, ci divertivamo e ridevamo.
Una bella esperienza per me è stata durante il lavoro di giardinaggio, eravamo condivisi in coppie ed io ero insieme a Mustapha (a dire il vero appena conosciuto mi stava antipatico perché parlava come un’estremista)  Effettivamente mentre stavamo lavorando lui intonava canzoni italiane e mi invitava a seguirlo, ma io dovevo innanzitutto pensare alle parole che non mi ricordavo più, e sinceramente mi veniva difficile cantare e lavorare contemporaneamente. Dopo qualche giorno però sono riuscito! In realtà in Italia, non è permesso, lavorare e cantare perciò ho capito che si trattava soltanto di un abitudine. E' una sensazione unica che dopo un po' diventa spontanea.
Un altro bel momento è stato quando i ragazzi hanno voluto fare una sorpresa ad una ragazza francese, Alice, che quel giorno compieva gli anni. Abbiamo mandato lei con una scusa a comprare qualcosa insieme a Joseph e abbiamo organizzato la una festicciola, tra palloncini attaccati al soffitto con scritto buon compleanno in arabo, francese, inglese, italiano. Poi abbiamo spento la luce e quando è tornata: sorpresa, abbiamo cantato la canzone d’auguri in arabo, in francese, inglese ed in italiano, lei è rimasta senza parole, con gli occhi lucidi.
Poi Joseph dirigeva alcuni ragazzi : chi aveva un tamburo, chi il pentolino per il tè e lo suonava con il cucchiaio, chi le nacchere. Poi hanno fatto cantare il ritornello di Toto Cotugno a me, “Sono un italiano vero” penso si intitoli, suonatissimo in circostanze veramente imbarazzanti.
 


 


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