I Volontari in India
2005
Cristiana Buzzelli
“La prego, prenda una banana!”: Viknod si volta verso di me, sorride, afferra il frutto dalle mie mani e lo infila nella tasca della camicia, ormai resa trasparente dal sudore. Continua a pedalare. Forse pensa che la fatica non è ancora tanta da richiedere un’iniezione di sali minerali e zuccheri rapidamente assimilabili. Viknod è un risciò-wallah, uno che per mettere insieme un centinaio di rupie al dì pedala senza sosta schivando frenetici risciò a motore, placide mucche, qualche Ambassador tirato a lucido. Secondo la legge – non scritta ma tacitamente accettata nelle strade indiane – che il veicolo più piccolo deve sempre cedere il passo al più grande. D’altronde, le due corsie sono un optional e tutti i mezzi viaggiano al centro della strada, dove le condizioni del fondo sono vagamente praticabili. In primo istinto di un passeggero al suo battesimo su un risciò a pedali è quello di dare il cambio al conducente. Già dopo i primi cinque minuti di tragitto capisci che forse a piedi facevi prima e, per uno strano meccanismo di transfer, ti accorgi che stai stringendo i denti nel vedere le sue gambe magre perennemente ritte sui pedali, se non a terra per trascinare te, il risciò ed il tuo bagaglio. Così, appena salti giù, quasi non ti infastidisci se l’uomo-risciò chiede qualche rupia in più rispetto al prezzo pattuito ad inizio corsa. Nel dargliele provi un raro sollievo, mentre ripeti a te stesso: “Dalla prossima, solo risciò a motore, please”.
Il Ganga Road Trip comincia qui, sotto la tettoia fatiscente dell’ufficio informazioni di Rishikesh, Uttaranchal. Quindici volontari da ogni angolo del mondo che hanno raccolto l’invito di una ONG locale per tentare di comprendere il viscerale rapporto esistente tra ogni indu e Lei, Ganga Mata, la Madre Gange. La divinità che per volontà di Brahma ha abbandonato i piacevoli sollazzi del mondo celeste, per calarsi qui, nella pancia dell’India, tra i mortali, a compiere la sua opera di purificazione. La stagione monsonica è ancora nel pieno, le acque scorrono melmose e fragorose sulle colline. Capisci subito perché la mitologia indu vuole che il Dio Shiva abbia interposto i suoi riccioli alla discesa di Ganga sulla terra: se la sua chioma non avesse svolto un’azione frenante, la potenza divina del fiume avrebbe travolto ogni cosa. E oggi decine di migliaia di pellegrini induisti non intraprenderebbero – almeno una volta nella vita – il viaggio attraverso quei luoghi sacri, lungo il corso del fiume, la cui visita è necessaria per il raggiungimento della moksha, la liberazione spirituale.
Il nostro compito di volontari è quello di condividere con loro luoghi, cerimonie, aspettative, per individuare un varco “spiritually correct” attraverso il quale far filtrare il messaggio ecologico: “Save Mother Ganga”. Infatti… sarà pure il fango, saranno le piogge frequenti, ma guardi l’acqua e hai subito la sensazione che difficilmente qualcosa di “puro” potrà uscirne. Eppure è sufficiente svegliarsi all’alba per capire che hai appesantito inutilmente il tuo zaino con guanti di plastica, stivali di gomma…Non troverai mai il coraggio di utilizzarli. Alle prime luci, ogni ghat, la scalinata che gradatamente si immerge nel fiume, è una macchia di arancio. Il colore della pace, dell’amore, dei pellegrini, che si ritrovano per le abluzioni mattutine: uomini, donne, bambini. Complessi rituali che terminano nell’abbraccio di Madre Ganga: chi si immerge, chi lascia scorrere l’acqua sul capo, chi porge offerte di latte e riso. Mentre i sadhu recitano i loro mantra, immobili in meditazione per minuti interminabili. Sono gli asceti, gli uomini saggi, coloro che hanno abbandonato ogni legame con la materialità dell’esistenza per ricercare una superiore dimensione spirituale. Viaggiano armati di un fagotto di abiti, un tappeto, un contenitore metallico per l’acqua sacra ed il cibo, generalmente offerto loro dai fedeli. Il ritmo della loro esistenza è scandito dal fiume, che li chiama a sé all’alba e al tramonto, per preghiere e abluzioni.
La spiritualità di oltre ottocentomila induisti gioca un ruolo critico nel quadro ambientale ed ecologico dell’India moderna. Quell’India entrata a pieno titolo tra i Paesi emergenti dell’economia mondiale, il cui PIL a fine anno sarà cresciuto quasi del 7%, è la stessa India convinta che le acque di Madre Ganga siano in grado di “autopurificarsi”, senza risentire dell’impatto di rifiuti organici ed industriali che quotidianamente confluiscono nel fiume nel corso dei suoi 2500 Km fino al Golfo di Bengala. Il primo ministro Rajiv Gandhi aveva ben chiara la delicatezza della questione quando introdusse il Ganga Action Plan nel 1986, giocando sulla sottile differenza esistente tra “purezza” e “pulizia” del fiume. “La purezza del Gange non è in discussione”, questo l’incipit del suo discorso pubblico di allora, la chiave per aprire un dialogo costruttivo con il suo popolo, senza urtarne la sensibilità religiosa.
E’ facile toccare con mano la verità di quelle parole. Madre Ganga è un’entità spirituale, non in grado di essere scalfita dai processi biologici: un uomo scende lento i gradini del Triveni Ghat, si spoglia dei suoi indumenti, si libera di un sacchetto di plastica e del suo contenuto, lasciandolo andare con noncuranza sul letto del fiume. Compie con osservanza le sue abluzioni e beve a piene mani l’acqua divina, la stessa che solo pochi istanti prima aveva accolto i rifiuti, per sua stessa mano. Non è che un esempio, purtroppo frequente. “Ogni domenica realizziamo un cleaning program nel tratto di fiume di nostra competenza – spiega Narendera Singh, giovane impiegato del Parmarth Niketan Ashram di Rishikesh, tra i più noti centri di yoga e meditazione del mondo induista -. Gli allievi della scuola sono consapevoli del problema. Ripuliamo gli argini, coinvolgiamo pellegrini e turisti a fare altrettanto. Preservare le acque della madre Ganga non è che un ulteriore atto di rispetto verso la dea purificatrice. Il Governo ha giustamente destinato fondi ingenti allo scopo. Ma parallelamente alla realizzazione delle infrastrutture, è necessario svolgere il lavoro sul campo, parlare con le persone, cambiarne la mentalità. Che senso ha installare raccoglitori di immondizia, se nessuno li utilizza?”.
Ad Haridwar, il fiume cambia volto. E’ qui che il Gange abbandona le montagne e si immerge lento nell’immensa pianura, ragion per cui la città è considerata luogo estremamente sacro. Tanto che ogni giorno, al tramonto, migliaia di fedeli partecipano alla Ganga Aarti, cerimonia guidata dai bramini - l’antica casta sacerdotale che ancora oggi detiene il compito di condurre la puja, la preghiera del tramonto. All’occhio esterno, più che una preghiera sembra una festa: già con un’ora di anticipo ci si accontenta di posti in piedi, mentre ciascuna famiglia stende gli stuoini sulle sponde pavimentate del fiume. Gli uomini si applicano il tilak – segno induista - sulla fronte, i giovani più baldanzosi cercano gloria tuffandosi dal ponte che attraversa il fiume, le donne riempiono le taniche di plastica con l’acqua sacra, che sarà donata ai parenti anziani impossibilitati a far visita personalmente alla Madre Ganga. Cinque rupie per un desiderio, tanto costano i fragili cestelli di foglie riempiti di una manciata di petali, con una candelina al centro. Al termine della cerimonia, ci si avvicina all’acqua, si accende lo stoppino e ognuno affida silenziosamente i propri sogni alla corrente. Centinaia di sogni si incontrano al centro del fiume, tante fiammelle accese che viaggiano a pelo d’acqua finchè l’occhio riesce a seguirle.
Il “rompete le righe” dei bramini arriva dall’Har-ki-pairi, in Haridwar luogo sacro per eccellenza: “Su quella scala Vishnu ha poggiato il suo piede, se ne conserva ancora l’orma”, racconta Mohan, giunto qui per incontrarci da Narora, villaggio dell’Uttar Pradesh a 200 km (e 8 ore di strade indiane!). Il popolo indiano non avrà moneta sonante, ma può spendere qualcosa che per noi occidentali è ormai un bene più prezioso, il tempo. Sono pronti a lasciare qualsiasi impegno abbiano nell’immediato per farti da guida, spiegarti, offrirti un masala chai, il tè speziato che accompagna ogni occasione di incontro. Mohan, con venti volontari come lui, si occupa di proteggere una trentina di delfini che nuotano nel tratto di fiume in prossimità di Narora, “villaggio” di sessantamila anime fuori dagli itinerari dei pellegrinaggi. “Sono delfini ciechi, frutto di un’opera di ripopolamento della fauna fluviale avviata dallo Stato. Li contiamo giornalmente e ci preoccupiamo che non incappino nelle buste di plastica, il loro peggior nemico. La nostra associazione non è riconosciuta come ONG, per cui non percepiamo fondi statali. Il WWF ci dà una mano, ma è facile perdersi nei meandri della burocrazia governativa”. Delfini che sopravvivono nel Gange… forse Madre Ganga ha davvero uno straordinario potere!
Sfido però ogni indu che si rispetti ad immergersi a Kanpur, tappa successiva. Oltre tre milioni di abitanti, Kanpur è tra i principali poli industriali dell’India settentrionale. La città ha conosciuto una crescita smisurata in seguito all’installazione – proprio sulle rive del fiume – di oltre 350 concerie, oltre ad industrie di fertilizzanti, detergenti, vernici: attività ad alto tasso inquinante, specialmente se svolte senza alcun vincolo di legislazione ambientale da rispettare. Nemmeno il sole ha il coraggio di fare capolino: nonostante la temperatura e l’umidità insostenibili, il cielo è grigio sopra di noi. Dopo un’intera notte di viaggio in autobus, ci accoglie Rakesh K. Jaiswal, fondatore della ONG “Ecofriends”, che da anni ingaggia a Kanpur lotte per sensibilizzare cittadini ed imprenditori al rispetto delle acque: “Troppo spesso le logiche del profitto sono più sacre di quelle ambientali, soprattutto se è possibile intascare i fondi per realizzare impianti a norma senza la necessità di metterli in funzione”. Rakesh è un osso duro, nel suo studio campeggia l’onorificenza conferitagli nel 2001 da sua Santità il Dalai Lama, quale “Eroe silenzioso della compassione”. Grazie alla sua disponibilità, è possibile rappresentare il nostro streetplay presso l’istituto scolastico più popolato della città: novelli artisti di strada, siamo emozionati tanto quanto gli oltre cinquecento studenti che ci osservano affacciati alle balconate del cortile interno alla scuola, dove è stato allestito un rudimentale palcoscenico. Dal chiacchiericcio di sottofondo posso immaginare la curiosità destata da noi ragazzi occidentali con costumi indiani: molti degli spettatori non hanno mai assistito ad una rappresentazione teatrale. La musica cresce, teli azzurri ondeggiano sull’improvvisato palcoscenico, una bionda Madre Ganga balla avvolta dalla tersa acqua di stoffa. Lo spettacolo prende forma, si alternano sulla scena pellegrini ed industrie; in una rudimentale forma di meta-teatro riusciamo a coinvolgere anche qualche studente, che titubante sale sul palco per porgere impreviste offerte alla dea Ganga. Nessun applauso dopo l’inchino, non rientra nelle consuetudini indiane. Si fa avanti la Direttrice dell’Istituto, cala un rispettoso silenzio. In hindi sottolinea i concetti da noi espressi con semplici gestualità. Parla di passione e consapevolezza, le sue parole trasmettono energia, come l’abito giallo che indossa: “Un miliardo di persone in India, che fanno due miliardi di working hands, mani operose. Ma bisognose di leader in grado di guidarle ad essere realmente produttive per il proprio Paese. L’interesse che le condizioni del grande fiume destano nel mondo esterno deve fungere da sprone per azioni concrete e responsabili, che devono partire dall’interno, dalle nostre nuove generazioni”. Si dice onorata della nostra presenza. In realtà, onorati lo siamo noi, di aver contribuito anche solo con una goccia all’oceano di lavoro da fare per salvare la grande Madre.
Silvia Yates
Il campo è stato molto interessante e ricco di emozioni.
Lo staff locale è stato gentile e disponibile ed è stato molto bello lavorare con loro. L'organizzazione generale della scuola è stata molto buona e nel corso del campo non si è mai verificato un episodio spiacevole. Gli altri volontari erano tutti ragazzi in gamba e pieni di motivazione. I bambini della scuola ci hanno accolto con entusiasmo e le maestre sono state molto disponibili ed aperte, oltre al fatto che ci hanno fornito un importante supporto.
Un consiglio, lasciato anche ai ragazzi in India da parte di tutto il gruppo di volontari, è stato che forse sarebbe più¹ costruttivo per gli stessi bambini, cercare, ad inizio anno, di delineare le tematiche che si vorrebbe approfondire, creando una sorta di "programma scolastico" parallelo a quello che normalmente i bambini hanno a scuola, che i volontari possano seguire. Questo eviterebbe di ripetere più¹ volte le stesse lezioni. Il programma potrebbe magari essere deciso d'accordo con le maestre o con la direttrice della scuola. In questo modo i volontari potrebbero ricevere delle linee guida prima della partenza e potrebbero preparare qualcosa da portare sul posto ( registrare cassette di canzoni per bambini, o studiare i temi da sviluppare sui libri già da casa etc). Molti di noi erano alla prima esperienza di questo tipo e quindi inizialmente è stata dura pensare le tematiche da sviluppare.
Questo stato il feedback generale dei volontari.
A parte ciè, cibo, sistemazioni, staff e gruppo sono stati degni di lode, senza contare la splendida accoglienza che i bambini e gli insegnanti ci hanno riservato. Spero di poter ripetere di nuovo e presto un'esperienza analoga
Gianpiero Vietti
Durante il periodo trascorso nel campo a Karaikal ho svolto diverse attività, come descritto nell'allegato "CERTIFICATE APPRECIATION".
In particolare durante la LAND RECLAMATION, ho potuto relazionarmi con gli abitanti dei villaggi, apprezzando la loro cultura e le loro abitudini, condividendo felici momenti di lavoro e di relax. In molte occasioni ho potuto constatare come sia possibile vivere serenamente anche senza le "comodità" che la civiltà industriale ci impone.
Tra le esperienze più difficili, sicuramente devo citare l' N.G. Orphange: purtroppo questa realtà, disgiunta dalla catastrofe dello Tsunami, è sicuramente una delle più complesse da gestire e migliorare. L'assistenza ai disabili in India ha molte carenze e spesso i portatori di handicap sono emarginati. La mia esperienza è stata sicuramente positiva, anche perché la vita e il lavoro di tutti i giorni li ho potuti condividere con gli altri volontari in un atmosfera davvero speciale.