La sublimazione domestica della domanda di natura


 
 

 

Sul finire degli anni 70, nelle file dell’allora nascente movimento ecologista si annidava la consapevolezza dell’esistenza di una prepotente domanda collettiva di qualità ambientale che, pur stentando ad emergere e a dispiegare a pieno le proprie potenzialità, era comunque presente nelle coscienze individuali, sublimata in comportamenti ritenuti dai più semplici sopravvivenze di modalità di vita arcaiche o rurali.

L’esempio paradigmatico, sia pure sui generis, era relativo alla dotazione ed alla cura domestica di piante e fiori, un comportamento diffuso che non solo non tendeva a regredire con il progressivo inurbamento della popolazione, ma che si diffondeva progressivamente in tutti gli strati sociali più o meno esposti all’onda lunga della modernizzazione del Paese. Nelle interpretazioni di allora questa sorta di "finestra sul verde" lasciava in buona sostanza trasparire un bisogno intimo, profondo e radicato di opporre una qualche forma di resistenza alla progressiva artificialità del proprio territorio di vita.

Quanto quest’interpretazione fosse corretta non è dato di sapere; resta comunque il fatto che nei decenni a seguire, mentre la domanda di qualità ambientale cresceva e si diffondeva determinando nuovi spazi di azione collettiva (dalle lotte per i parchi alla richiesta di verde urbano, dall’allarme nucleare all’opposizione contro le discariche e gli inceneritori) questa sorta di sublimazione domestica della domanda di natura non solo non si è progressivamente contratta, ma ha assunto nuove, interessanti, anche se spesso contraddittorie configurazioni.

Le informazioni riportate nella tavola 4 consentono di affrontare il tema della "natura in casa" allargando la riflessione al possesso di animali domestici. Indubbiamente ci troviamo di fronte a fenomeni che, sotto il profilo numerico, hanno assunto una rilevanza notevole: basti pensare che il 33,5% delle famiglie italiane abita in una casa dotata di giardino, il 51,1% dispone di un terrazzo con "numerose piante ben curate", il 43,9% possiede almeno un animale domestico e, più in particolare, il 23,2% possiede uno o più cani ed il 21,6% possiede uno o più gatti.

I dati di cui si dispone consentono di evidenziare il trend di crescita costante di queste fenomenologie: dal ‘94 al ‘97 è aumentato sia il numero degli operatori del settore della distribuzione florovivaistica (società di giardinaggio, vivai, negozi di piante, ecc.) sia quello degli esercizi che commercializzano animali vivi, alimenti (petfood), accessori e servizi di diversa natura (pensioni, toelettatura, ecc.). Anche per ciò che concerne il giro d’affari dei due settori si registrano cifre di un certa importanza: si stima infatti che la spesa annua per piante e fiori raggiunga le 140.000 lire pro-capite e che la spesa complessiva per la sola alimentazione dei piccoli animali si attesti intorno ai 4.500 miliardi annui.

L’interpretazione di questi fenomeni (soprattutto per ciò che concerne il possesso di animali d’affezione o da compagnia) non è semplice, anche perché si può supporre che siano numerose le determinanti che contribuiscono alla loro affermazione nell’attuale contesto nazionale.

Innanzitutto bisogna sgombrare il campo dal luogo comune che vede nell’aumento dei single (o per meglio dire delle famiglie monocomponenti) e nell’eventuale tentativo di quest’ultimi di trovare sollievo alla propria solitudine quotidiana, la risposta all’aumento degli animali da compagnia. Infatti, mentre le famiglie appartenenti a questa particolare tipologia detengono cani e gatti in misura non superiore rispettivamente al 10,2% e al 9%, le famiglie con quattro o più componenti possiedono cani o gatti in percentuale superiore alla media nazionale (rispettivamente 29,9% e 24,5%).

Anche l’analisi basata sul reddito non consente alcuna particolare inferenza se non per quanto concerne la più scarsa incidenza di cani e gatti presso le famiglie più povere, impossibilitate a far fronte ad una spesa per la cura di questi animali che ha ormai raggiunto le 85.000 lire medie mensili.

Inoltre, se un ruolo importante deve essere attribuito all’ampiezza demografica del comune di residenza (si registra una minore presenza di animali da compagnia nelle città con più di 100.000 abitanti), non può comunque essere trascurato il fatto che, pur a fronte delle tante difficoltà "ambientali" (scarsità di spazi verdi, difficoltà di accettazione condominiale, ecc.), il 23,2% delle famiglie che risiedono in centri urbani di grande dimensione possiede comunque cani e/o gatti.

Se si accetta per postulato che il possesso domestico di animali non sia un comportamento improntato alla semplice casualità, ma possa trovare una qualche spiegazione di tipo funzionale, occorre necessariamente ricercare un possibile legame con le dinamiche connesse alla modernizzazione e più in generale all’evoluzione degli stili di vita. La modifica, più o meno rapida, dei residuali spazi di naturalità in ambito urbano, l’accelerazione e l’omologazione dei ritmi di vita e di lavoro, la densità di soggetti, di relazioni e di informazioni a cui si è quotidianamente esposti, la convivenza e la competizione forzata, finiscono per produrre tante forme di disagio ed altrettante risposte adattive. Tra queste il bisogno di rinserrarsi nel proprio micro-territorio di riferimento, di "difendere il nido", di renderlo spazio "altro" rispetto ad un esterno che mal si sopporta, ma che comunque si subisce al di fuori di ogni forma di controllo individuale.

Ecco dunque la natura in casa, o meglio la ricostruzione di un piccolo ordine naturale che nessuno potrà intaccare o modificare. Nessuno costruirà una strada nel nostro giardino, nessuno ne taglierà le piante, non vi respireremo odore di idrocarburi combusti. Il nostro cane ci rammenterà l’esistenza di ritmi di vita legati al succedersi del giorno e della notte ed i nostri rapporti con lui saranno strettamente determinati da leggi biologiche alle quali ci assoggetteremo volentieri in una sorta di "inversione rituale", a tratti onerosa ma comunque rigenerante. Con lui ci sentiremo finalmente al sicuro rispetto ai reiterati sfoghi di aggressività intraspecifica di cui siamo protagonisti attivi o passivi nel corso della giornata, al semaforo come sul posto di lavoro. Dovremo sicuramente rispettare delle regole, ma lo faremo di buon grado in quanto non frutto di "contratti sociali" spesso disattesi e in quanto tali caratterizzati da rischi ed incertezze, ma di un ordine che percepiamo naturale e in quanto tale "intimamente ed intrinsecamente" etico.

Se questo tipo di interpretazione può apparire convincente sotto il profilo strettamente individuale, non può evidentemente considerarsi esaustiva. Da alcuni anni si registra una forte presa di coscienza delle istituzioni centrali e locali in merito all’importanza di regolare in qualche modo la convivenza tra la collettività umana e quella animale, anche tenuto conto del fatto che quest’ultima annovera tra le sue fila ben 7 milioni di cani e quasi 8,5 milioni di gatti domestici. Le vaccinazioni sono divenute obbligatorie, sono state istituite per legge le anagrafi canine, sono state sancite alcune regole comportamentali e, in alcuni casi, sono stati individuati degli appositi spazi per la frequentazione extra-domestica. Tutto ciò ha sicuramente contribuito ad aumentare l’accettabilità sociale degli animali in città, al punto che oggi l’adozione, l’acquisto, e finanche il "dono" di animali da compagnia vengono vissuti in modo meno problematico rispetto al passato.

In una deriva generale, caratterizzata dall’incremento delle spinte soggettive nonché delle possibilità concrete di accedere alla proprietà di un animale da compagnia, hanno recentemente trovato spazio e visibilità comportamenti che possono essere ritenuti ambigui o anomali sotto il profilo della legittimità etico-ambientale e in molti casi della stessa legittimità giuridica. Emerge e si diffonde infatti la tendenza a dotare la propria abitazione di "presenze aliene", animali cioè di importazione transfrontaliera la cui sfortuna (i prelievi avvengono nella gran parte dei casi direttamente in natura nei Paesi di origine) discende essenzialmente dalla spinta edonista ad acquisire elementi di originalità e di differenziazione che possono derivare dal possesso di animali esotici.

Nel solo 1994 hanno varcato la frontiera italiana 1.316.000 uccelli (tra cui 3.803 pappagalli) e ben 417.748 rettili (tra cui 30.096 ofidi e 3.507 sauri). Molte delle specie importate sono presenti negli allegati del Cites (Convention of international trade in endangered species of wild fauna and flora); si tratta quindi di specie soggette a diversi gradi di protezione che discendono da valutazioni sul livello di rischio cui le specie stesse sono soggette. Questi dati assumono particolare significato rispetto ai fenomeni in esame, a fronte del fatto che tra i motivi delle importazioni, la voce "commercial" copre la quasi totalità dei casi (le importazioni legate alla richiesta di zoo, circhi, enti di ricerca, ecc. sono decisamente residuali).

Senza entrare in dettaglio nelle difficoltà di applicazione del Cites, che interviene in un settore caratterizzato da un enorme giro d’affari (in parte illegale se si ritiene che il traffico illecito di animali vivi, pelli ed altri prodotti di origine animale occupi il terzo posto nel commercio clandestino internazionale dopo la droga e le armi), basta segnalare i 67.450 controlli effettuati dal Corpo Forestale nel triennio ‘94/’96 per comprendere la vastità del fenomeno.

Esiste dunque un mercato reale in continua crescita, come sottolineano diversi osservatori, la cui ragion d’essere non trova probabilmente riscontro nelle motivazioni che sono state declinate a proposito di animali più tradizionali e provenienti da allevamenti. Collezionismo estremo, desiderio di distinzione, "oggettivizzazione" di presenze animali che finiscono per tramutarsi in semplici ornamenti e, perché no, semplici mode legate ad eventi mass mediatici: come ignorare infatti una relazione diretta tra le migliaia di iguane importate in Italia negli ultimi anni ed il successo di un cult-movie come Jurassic Park?

Tratto dal "Rapporto sulla Situazione Sociale del Paese" a cura del Censis