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Le "stagioni" delle calamità naturali
Quando le calamità naturali assumono i connotati di eventi ricorrenti, non è forse più il caso di definirle "calamità". Si tratta, infatti, di momenti di dissesto territoriale che, nonostante procedano a sussulti innescati da particolari eventi atmosferici o geologici, sono collocabili lungo percorsi di progressivo degrado e deterioramento del territorio naturale che si ripercuote periodicamente sulle infrastrutture di origine antropica che su di esso poggiano e sulle comunità umane insediate. In effetti, nel nostro Paese, le calamità naturali sono ormai "stagionalmente annunciate": l’unica cosa che varia di anno in anno sono le località colpite. Addirittura in alcuni casi vengono colpite, con drammatica ritualità, le stesse località. E’ il caso, ad esempio degli straripamenti dei corsi d’acqua minori che interessano il territorio ligure nella stagione caratterizzata dalla massima piovosità. Esondazioni, frane e smottamenti di più o meno grave intensità si verificano puntualmente nelle stagioni autunnali e invernali. Allo stesso modo, nei periodi secchi, segnatamente luglio e agosto, gran parte del territorio nazionale risulta interessato da incendi boschivi di diversa natura ed estensione, sempre comunque riconducibili a fattori antropici. A questo occorre aggiungere che molto spesso le due fenomenologie presentano una diretta correlazione. La scarsa "tenuta" del territorio elevato è molto spesso riconducibile all’impoverimento della copertura vegetale oggetto di reiterati incendi. Alcuni testimoni raccontano che i rilievi soprastanti i comuni della Campania colpiti dall’ondata di fango della primavera scorsa erano stati spesso interessati da incendi che avevano ridotto drasticamente la naturale difesa idrogeologica assicurata dal bosco annullando ogni possibilità di trattenere o ritardare eventuali smottamenti.
Proprio il fenomeno degli incendi boschivi richiama l’attenzione sulla sostanziale "ineluttabilità di fatto" di certi eventi calamitosi e sul loro spiccato carattere stagionale. Le serie storiche dimostrano a sufficienza che, anche prescindendo dai picchi delle annate particolarmente "sfortunate" come il 1993, a partire dalla fine degli anni ’70 il numero degli incendi boschivi ha superato spesso le 10.000 unità per anno (fig. 3). Se poi si fa riferimento alla loro concentrazione in determinati periodi dell’anno, non sfugge il fatto che più del 50% degli eventi interessa i mesi di luglio e agosto (tab. 16). Siamo dunque in presenza di un fenomeno che si verifica con frequenza elevata (sicuramente più elevata che in un passato non troppo distante) e che si distribuisce in modo tale da caratterizzare intensamente due mesi dell’anno in particolare. Tutto ciò per sottolineare il carattere "largamente atteso" e finanche prevedibile delle ricorrenti "estati di fuoco" che tanto risalto hanno sui media ma di cui puntualmente ci si dimentica con le prime piogge autunnali. Gli incendi boschivi, proprio a fronte del loro carattere diffuso e reiterato, determinano danni incalcolabili sugli ecosistemi naturali, basti pensare alla perdita irreversibile dei boschi di conifere, alla progressiva degradazione delle formazioni boschive mediterranee (da macchia primaria a gariga) o all’inevitabile danno faunistico (sia per quelle specie che hanno poche possibilità di fuga, sia per altre specie che si vedono sottratti gli habitat di vita e riproduzione). Allo stesso modo rappresentano un costo elevato per la collettività che, in un recente studio condotto da Legambiente, è stato stimato in circa 1.000 miliardi l’anno. Questa valutazione tiene conto di numerosi fattori: il valore della mancata produzione legnosa, il valore della sottrazione di alcune importanti funzioni di servizio che il bosco garantisce (la difesa idrogeologica, la stabilizzazione climatica, ecc.), il danno in termini di mancata fruizione turistico-ricreativa, il costo "virtuale" delle attività di ripristino (molto spesso disattese), nonché le spese connesse alle operazioni di "lotta attiva" (gestione della flotta aerea della Protezione Civile e spese del Corpo Forestale dello Stato, dei Vigili del Fuoco e delle Regioni).
Nonostante il bosco italiano si estenda su circa 8.700.000 ettari (il 29% della superficie del Paese), il territorio nazionale, intensamente antropizzato ed infrastrutturato dispone di un numero limitato di aree boschive di grande dimensione unitaria. Una buona parte della superficie forestale presenta invece caratteri di residualità e di marginalità. Questo dovrebbe indurre una riflessione profonda, da avviare "fuori dall’emergenza", in merito alle scelte atte a contrastare il fenomeno degli incendi boschivi. La progressiva adozione di mezzi ad alta tecnologia (dai "bombardieri ad acqua" fino al telerilevamento) ha infatti progressivamente contribuito alla riduzione delle superfici di bosco percorse mediamente da ogni singolo incendio (dai 10,4 ettari del decennio ‘68-’77, si è passati ai 4,7 ettari dell’intervallo ‘88-’97). Nonostante ciò, a fronte di un numero medio di incendi per anno più che raddoppiato, la superficie totale bruciata non si è ridotta, ma è anzi aumentata (tab. 17). E’ assai difficile esaminare le cause degli incendi sperando di trovare conforto nei dati disponibili. L’unica cosa che appare certa è la loro origine antropica (essendo praticamente assente, specialmente alle nostre latitudini, il fenomeno dell’autocombustione). In linea generale possono essere distinte in accidentali o volontarie (o se si preferisce, adottando un’accezione giuridica, in colpose e dolose). La casistica di entrambe è comunque molto ampia. Nel primo caso possono essere considerati gli incendi di origine agricola (abbruciamento delle stoppie mal controllato), quelli legati all’attività turistica (barbecue o fuochi di bivacco non completamente spenti), alla piccola manutenzione di terreni (combustione di foglie, rovi, piccole bonifiche di aree coperte da rifiuti, ecc.) al transito stradale (lancio di mozziconi di sigarette dalle auto in corsa), ecc. Nel secondo caso il pensiero va alla mai doma pratica pastorale dell’abbruciamento del cespugliato finalizzata a disporre di rinnovati spazi per le greggi ("attività volta ad "ingentilire"), all’opposizione contro l’istituzione di aree protette (negli ultimi anni numerosi incendi si sono sviluppati all’interno di parchi nazionali e regionali), al perverso meccanismo che lega gli incendi alla spesa per le forme di lotta attiva e di ripristino forestale, alla minaccia e all’intimidazione contro l’operato di soggetti pubblici che operano nel campo della pianificazione territoriale, alla ritorsione contro l’attività volta a reprimere comportamenti illeciti (dal bracconaggio all’abusivismo), a forme di "gratificazione" per la spettacolarità dell’evento, ossia il "fuoco in sé" (per i veri e propri piromani) o l’arrivo dei canadair e degli elicotteri (per incendiari pericolosamente incoscienti). L’elenco non è certo esaustivo ma offre un’idea della molteplicità delle cause e dei soggetti "protagonisti" degli incendi. Resta da chiedersi come è possibile limitare il fenomeno. Gran parte delle proposte si concentrano da un lato su soluzioni "tutte tecnologiche" (potenziamento e migliore gestione della flotta aerea coordinata dal Centro Operativo Aereo Unificato, utilizzo capillare di stazioni di telerilevamento ottiche e agli infrarossi, o addirittura satellitari), dall’altro su interventi di natura essenzialmente giuridica volti al’inasprimento delle pene per i responsabili.
Tutto ciò può avere un senso solo e soltanto nella misura in cui si comprende che il problema principale risiede non tanto e non solo nella capacità di estinguere gli incendi o di reprimere i colpevoli, quanto nella riduzione drastica del numero dei focolai che divampano ogni anno. La soluzione passa dunque inevitabilmente per il rafforzamento delle iniziative di prevenzione. Ciò significa intervenire sulle cause socio-economiche degli incendi piuttosto che affrontarli come un "nemico da combattere". Il territorio rurale è oggi per gran parte privo di un presidio umano stabile e motivato. I boschi ed i sentieri sono scarsamente governati: questo aumenta la massa secca ad elevato potere combustibile e ritarda l’incedere delle squadre a terra. Per dare un’idea delle dimensioni del fenomeno basta osservare i dati censuari relativi alla popolazione che abita in case sparse: dal 16,5% del 1951 si è scesi progressivamente al 12,5% del ’61, all’8,9% del ’71, al 6,9% dell’81 fino al 6,5% del ’91. Il problema si pone non solo e non tanto nei termini di una riduzione delle attività silvocolturali di manutenzione, quanto piuttosto nel venir meno di quella funzione di controllo sociale che probabilmente, in passato, fungeva da formidabile deterrente. Senza voler trarre inferenze illegittime, e anche tenendo conto delle differenze climatiche e pluviometriche, è quantomeno singolare la elevatissima concentrazione degli incendi (e della superficie bruciata) nelle regioni meridionali (negli ultimi 5 anni il 61,6% degli incendi e il 71,5% delle superfici totali percorse) e la loro scarsa incidenza in territori, quali quelli del nord-est, tradizionalmente ben governati sotto il profilo forestale, ma soprattutto "controllati" da una popolazione residente con un alto livello di coesione sociale e fortemente radicata sul territorio (tab. 18). Naturalmente i fenomeni di spopolamento del territorio rurale presentano una deriva storica per gran parte inarrestabile e comunque non controllabile sulla base delle sole esigenze di prevenzione dal rischio incendi. Il problema del presidio volto a scoraggiare taluni comportamenti e ad intervenire sui focolai in tempi sufficientemente rapidi per evitare catastrofi ambientali (e porre a rischio vite umane in spericolate azioni di spegnimento) va comunque perseguito con decisione. Le soluzioni in questo senso possono essere ricercate nel:
In merito all’ultimo punto è interessante segnalare l’attività delle associazioni ambientaliste sia di rilievo nazionale che costituite localmente. Nella tabella 19 si riportano i dati relativi ai campi antincendio organizzati dal Wwf e dalla Lega per l’ambiente. Si tratta di un contributo importante anche perché, nella maggior parte dei casi, viene svolto all’interno di aree di particolare pregio naturalistico. Un’esperienza di particolare rilievo per il suo carattere innovativo è quella svolta dall’associazione Oikos all’interno del Parco Regionale di Decima-Malafede localizzato a sud di Roma. I responsabili dell’associazione realizzano infatti corsi di formazione in materia di antincendio boschivo per volontari italiani e stranieri che vengono poi inseriti in presidi Aib dove, in collaborazione con il Corpo Forestale dello Stato, offrono il loro contributo alla prevenzione, all’avvistamento ed eventualmente allo spegnimento dei focolai di incendio che si sviluppano sul territorio. Ulteriore merito di queste iniziative è da ricercare nella puntuale attività di sensibilizzazione svolta presso i residenti ed i turisti. Non è infatti immediatamente chiaro a tutti che anche i più devastanti incendi si sviluppano sempre a partire da minuscoli focolai che chiunque, con un po’ di buon senso, può evitare di accendere o contribuire a spegnere qualora li individui sul proprio cammino.
Le politiche per l'ambiente di fronte alla sfida dell'attuazione normativa Rifiuti e imballaggi Sul fronte dell'innovazione legislativa l'Italia ha recentemente recuperato il notevole ritardo che la separava dai più avanzati paesi europei. Oggi l'attenzione si sposta sulla concreta attuazione di provvedimenti normativi quali il decreto Ronchi, relativo alla gestione integrata dei rifiuti, e la legge istitutiva del nuovo sistema di controlli ambientali basato sull'Anpa (Agenzia nazionale per la protezione dell'ambiente) e sulle sue strutture regionali (Arpa). Si ricorda che per "sistema integrato di gestione dei rifiuti" si intende un sistema che sfrutta tutte le opzioni tecnologiche esistenti, come il riutilizzo, il recupero del materiale, il trattamento biologico (compostaggio, biogassificazione), il trattamento termico (combustione, pirolisi, gassificazione) e la discarica per i soli sovvalli e che coniuga requisiti di sostenibilità ambientale ed economica. Trasformare lo smaltimento in gestione, infatti, si traduce nell’attivazione di attività economiche e nell’introduzione di elementi di mercato quali i sistemi tariffari in luogo delle imposizioni fiscali. La strada della concreta attuazione del Ronchi è ancora sostanzialmente all’inizio: al momento risultano approvati i decreti relativi al trasporto transfrontaliero dei rifiuti, al modello unico dei formulari di identificazione, ai registri di carico e scarico, allo smaltimento in discarica e all’individuazione di quei rifiuti pericolosi destinati ad essere smaltiti in discarica. Inoltre, con il Dlgs 389/97 si compie un primo passo verso la precisazione delle condizioni di ammissibilità del deposito temporaneo dei rifiuti pericolosi e non, una maggiore specificazione delle modalità di annotazione sui registri di carico e scarico, un alleggerimento del sistema sanzionatorio (Mud, registri di carico e scarico) ed un perfezionamento della disciplina relativa alle bonifiche ambientali. Il decreto Ronchi dedica un intero capitolo alla gestione degli imballaggi, individuando nei produttori e negli utilizzatori i soggetti responsabili del loro riciclo e recupero a seguito del consumo del prodotto confezionato, in coerenza col principio di responsabilizzazione dei soggetti coinvolti. I produttori hanno così tre alternative, organizzare autonomamente la raccolta, il riutilizzo, il riciclaggio ed il recupero dei rifiuti di imballaggio, aderire ad un consorzio volontario per tipologia di materiale di imballaggio o in ultimo mettere a punto un sistema fondato sulla cauzione. Si comprende allora l’esigenza dell’istituzione del Conai (Consorzio nazionale imballaggi), di natura obbligatoria, a cui competono alcune funzioni cruciali tra cui:
tra le funzioni del Conai spicca inoltre quella di coordinamento dei consorzi volontari, costituiti in relazione alla tipologia del materiale utilizzato. Il 9 luglio 1998 sono stati firmati dal Ministro dell’Ambiente i decreti che approvano gli statuti relativi a sei consorzi di filiera per il recupero degli imballaggi di acciaio, alluminio, carta, legno, plastica e vetro, del Consorzio nazionale raccolta e trattamento degli olii e grassi vegetali e animali esausti e del Consorzio per il riciclaggio dei rifiuti di beni in polietilene. Il Conai ha poi stabilito l’entità del contributo che le aziende consorziate dovranno erogare a sostegno delle attività di raccolta, riciclaggio e recupero. Il Conai, inoltre, sulla base di specifici programmi definiti dai singoli consorzi o dai produttori, elabora ed aggiorna il Programma generale di prevenzione e di gestione degli imballaggi e dei rifiuti di imballaggio. Nel programma generale, oltre a misure relative alla prevenzione, all’aumento della percentuale di imballaggi riciclabili e riutilizzabili, vengono fissati gli obiettivi di recupero e riciclaggio da raggiungere nel quinquennio, gli obiettivi intermedi ed i mezzi per conseguirli. Il Conai può inoltre stipulare un accordo di programma con l’Anci al fine di garantire l’attuazione della corresponsabilità gestionale tra produttori, utilizzatori e pubblica amministrazione. Più nel dettaglio, l’accordo stabilisce le modalità di raccolta dei rifiuti di imballaggio ai fini delle attività di recupero e riciclaggio, l’entità dei costi di raccolta differenziata da corrispondere al comune determinata in base alla tariffa dei rifiuti, gli obblighi e le sanzioni posti a carico delle parti contraenti. Il un sistema così articolato, non è del tutto chiaro come siano regolati i rapporti tra comuni e Consorzi qualora l’accordo di programma previsto tra Conai e Anci, in quanto facoltativo, non dovesse essere stipulato. Inoltre, suscita una certa perplessità l’attribuzione simultanea della competenza di elaborare il Programma generale e di fissare gli obiettivi da raggiungere allo stesso organismo che ha l’onere di conseguirli. E' comunque prevista una struttura accentrata di controllo (l’Osservatorio nazionale sui rifiuti), che dovrà svolgere il ruolo di supervisore della gestione dei rifiuti da imballaggio e del conseguimento degli obiettivi di recupero e di riciclaggio prestabiliti. in questo articolato sistema si collocano le attività dei consorzi volontari, chiamati ad allestire un programma specifico di prevenzione con precisi obiettivi di recupero/riciclo, a ritirare e valorizzare sia gli imballaggi secondari e terziari raccolti su spazi privati sia quelli conferiti al servizio pubblico, a trasmettere annualmente al Conai una relazione contenente l’elenco degli associati, i risultati ottenuti ed eventuali questioni problematiche, infine ad informare gli utenti circa le attività di ritiro e riciclo. L'attuale sistema organizzativo sembra corrispondere allo spirito della normativa in quanto dovrebbe assicurare la partecipazione attiva di tutti i soggetti operanti nel settore oltre a garantire un adeguato livello di informazione e di sensibilizzazione del cittadino-utente.
Il sistema nazionale dei controlli ambientali è attualmente basato sull’Agenzia nazionale per la protezione dell'ambiente (Anpa). Il provvedimento istitutivo, la legge 61/94, ha inoltre affidato alle regioni ed alle province autonome il compito di attivare un sistema di agenzie regionali (Arpa) in grado di attuare le politiche finalizzate alla prevenzione e alla riduzione integrata dell’inquinamento. Le Arpa, alle quali competono esplicite funzioni di natura tecnico-ispettiva (la prevenzione sanitaria rimane di competenza delle Asl) sono state dotate di autonomia gestionale ma non finanziaria, dipendendo da fondi di spettanza del sistema sanitario. Al momento attuale, dopo aver superato una serie di difficoltà attuative legate soprattutto alla definizione delle piante organiche e all'individuazione e al trasferimento del personale, risultano istituite le Arpa di Valle d’Aosta, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Marche, Umbria, Piemonte, Toscana, Emilia Romagna, Abruzzo (Arta), Lazio, Basilicata e Campania, oltre alle Appa di Trento e di Bolzano. Come dimostra chiaramente la tavola 11, la legge è stata attuata in particolare nelle regioni del nord Italia (con l’eccezione della Lombardia): mancano infatti all’appello Puglia, Calabria, Sardegna, Sicilia e Molise). Il quadro delle competenze delle Arpa è quanto mai articolato. Esse riguardano infatti le attività di monitoraggio ambientale, la gestione dei sistemi informativi regionali e provinciali il supporto tecnico-scientifico alle regioni ed agli enti locali (valutazioni di impatto ambientale, analisi, certificazioni, pareri, ecc.), nonché attività di consulenza, formazione ed informazione. E’ dunque evidente che il primo nodo da sciogliere, in ordine ad una effettiva operatività di tali organismi, è quello dell’adeguata qualificazione del personale ad essi attribuito. Per il momento si individua una provenienza del personale da differenti enti, in particolare dalle Asl, ma anche dai presidi multizonali di prevenzione e dalle stesse province. Anche per questo motivo le dotazioni organiche della gran parte delle Arpa istituite risultano a tutt’oggi in via di definizione.
Fonte: elaborazioni Censis su dati Anpa
Scenari e prospettive dell'industria verde
L’indubbia importanza assunta dalla questione ambientale nel corso degli ultimi decenni è testimoniata dall’intenso dibattito condotto a livello internazionale e locale, tale da ispirare o meglio dettare le linee guida delle politiche europee e nazionali. è tesi diffusa, a livello internazionale, che effetti di crescita dell’occupazione possano derivare da investimenti legati alla tutela dell’ambiente basati sul sostegno alle "attività economiche per la protezione dell’ambiente" (le cosiddette eco-industrie) e sullo sviluppo e l'adozione di tecnologie eco-compatibili nei diversi settori industriali. Se da un lato il settore delle eco-industrie (o industria verde) appare in evidente crescita e specializzazione, dall’altro manca una sua definizione completa sia in senso concettuale, sia in merito a questioni connesse ad una sua analisi concreta tesa a renderne noto l’universo, tuttora in gran parte di difficile decifrazione. una definizione di eco-industria (o industria verde) accreditata a livello internazionale è stata elaborata, nel corso del 1997 da un gruppo di lavoro informale Ocse-Eurostat, istituito nel 1995 con l’intento precipuo di pervenire ad una definizione, classificazione e ad un adeguato metodo di misurazione del settore. l’ecoindustria viene definita come caratterizzata da "...attività che producono beni e servizi per misurare, prevenire, limitare o correggere il danno ambientale all’aria, all’acqua e al suolo, così come i problemi connessi ai residui, al rumore e agli ecosistemi. Le tecnologie, i processi, i prodotti e i servizi puliti che riducono il rischio ambientale e minimizzano l’inquinamento e l’uso delle risorse sono chiaramente parte dell’industria ambientale, sebbene non vi sia un accordo circa la metodologia per misurare il loro apporto" (Eurostat 1998). il raggiungimento di un consenso circa la definizione di eco-industria non risolve però il reale problema della classificazione e rilevazione del settore stesso. Il problema della misurazione non è infatti limitato solo ai prodotti e alle tecnologie pulite; alcune zone d’ombra rischiano di sfuggire alle classificazioni costruite sulla base di considerazioni di ordine puramente metodologico. Il metodo orientativo suggerito dallo stesso gruppo informale Ocse-Eurostat consiste in uno schema di classificazione ottenuto combinando le diverse tipologie di attività produttive dell’industria ambientale con le corrispettive tipologie di prodotti (beni e servizi). In questo modo può essere costruita una matrice dove in colonna troviamo la fabbricazione di impianti, i servizi generali di messa in opera, i servizi di progettazione, la ricerca e sviluppo, l’installazione e la costruzione di componenti e strutture, mentre in riga troviamo il controllo dell’inquinamento atmosferico, la gestione dei residui liquidi, la gestione dei residui solidi, il ripristino del suolo e delle acque, l’abbattimento del rumore e delle vibrazioni, il monitoraggio, l’analisi e la misurazione, le tecnologie e i prodotti puliti e la gestione delle risorse. Naturalmente la matrice, che ha il solo scopo di allocare le diverse attività produttive associandole alle rispettive categorie ambientali e che consente l’aggiustamento rispetto ai cambiamenti strutturali del settore, va interpretata come uno schema di tipo orientativo, piuttosto che come uno strumento pratico di rilevazione. Lo schema suddetto consente comunque di pervenire ad una classificazione di beni e servizi delle eco-industrie che associa le diverse tipologie di attività con i vari segmenti di beni e servizi ambientali ad esse relativi, e che è ripartita in tre gruppi, a loro volta suddivisi in beni, servizi e costruzioni:
Il primo gruppo include quei beni e servizi di chiara finalità ambientale e di facile identificazione statistica; il secondo invece, non soddisfa propriamente il primo criterio, comprendendo quei beni e servizi che indubbiamente riducono o eliminano le pressioni sull’ambiente, ma che frequentemente non perseguono come scopo primario la protezione dell’ambiente, né tantomeno il secondo criterio essendo tali beni e servizi difficilmente rilevabili statisticamente; ancora meno soddisfacente in relazione ai due criteri è il terzo gruppo. la classificazione citata (Eurostat 1998), riportata nella tavola 12, è articolata secondo tre livelli di specificazione:
La classificazione ottenuta non si propone di risolvere il problema della rilevazione, che rimane assai problematica, se non per quelle attività di chiara finalità ambientale e di facile individuazione statistica, ma allarga lo spettro di osservazione, considerando non solo attività miranti al controllo dell’inquinamento, principalmente attuabile a mezzo di tecnologie di fine ciclo, cioè a valle dei processi produttivi, ma anche di gestione e di uso delle risorse con un ottica attenta al loro monitoraggio e al loro impatto sull’ambiente, in coerenza col concetto di sviluppo sostenibile. Non a caso nel gruppo di gestione delle risorse si ritrovano: i "materiali riciclati", ovvero con uso finale o intermedio, in modo del tutto complementare rispetto al controllo dell’inquinamento e la voce "risparmio e gestione dell’energia prodotta da calore", indice questa di una certa attenzione all’impatto sull’ambiente derivante dalla riduzione dello sfruttamento di energia, intesa quale risorsa. In conclusione la classificazione presentata, pur essendo in linea con lo spirito che informa una politica ambientale di pianificazione e controllo a monte dei processi produttivi, rappresenta uno schema di riferimento prettamente teorico e metodologico. Non presume dunque di costituire uno schema per la quantificazione del settore anche se, proprio per la logica con cui è costruita, può indicare eventuali difficoltà connesse con una concreta rilevazione statistica ed agevolarne il superamento.
L’aspetto della quantificazione delle ecoindustrie, o meglio della loro rilevazione statistica, non è certo meno importante di una adeguata impostazione concettuale del tema stesso; lo dimostra il fatto che il fine ultimo dei tentativi di revisione delle definizioni attuali è circoscrivere adeguatamente il settore onde fornirne una stima, il più possibile rappresentativa della realtà. Attualmente le statistiche ufficiali in merito alle attività di produzione di beni e servizi ambientali risultano largamente più sviluppate sul versante della domanda piuttosto che su quello dell'offerta. a testimonianza di ciò si ricorda che in tutti i paesi Oecd si dispone di dati sulla spesa per il controllo e la riduzione dell’inquinamento atmosferico, mentre scarseggiano ricerche specifiche sulle imprese che operano in questo settore. il campionamento è infatti problematico, dal momento che l’universo di rilevazione costituito da imprese produttrici di servizi, settore pubblico, costruzioni e imprese di progettazione non è noto. Se per le grandi aziende pubbliche e private l’inclusione può essere accertata attraverso il ricorso a specifici elenchi di produttori o liste di aderenti ad associazioni industriali, per le piccole imprese le difficoltà sono maggiori. Pur tenendo conto delle cautele di cui sopra, è possibile tentare una quantificazione delle imprese verdi ricorrendo alle categorie Seat appartenenti al settore "ecologia", da cui si può evincere il numero di operatori gravitanti nel settore, indicati anche per regione. le categorie prese in esame, sufficientemente rappresentative nel loro insieme dell’industria verde, sono:
Dall’analisi dei dati relativi alle categorie indicate emerge che il settore dell’industria verde è cresciuto dal 1991 al 1998 del 46%, passando da 4.443 operatori a ben 6.476 unità, con una crescita nell’ultimo anno di circa il 6% (tab. 20). una lettura più approfondita dei dati evidenzia che la persistenza nella crescita dell’intero settore è attribuibile per gran parte al comparto dei rifiuti. Più in particolare si segnala che nel periodo ‘97-‘98, crescono del 10% le aziende che offrono servizi di smaltimento e trattamento dei rifiuti industriali e speciali, categoria che incide sul totale del settore per circa il 23%. Da non sottovalutare è la crescita delle società che appartengono alla voce "ecologia" (studi, consulenza e servizi) che, come già specificato, contempla non solo l’attività di studio e consulenza, ma anche l’erogazione di servizi e la gestione di impianti nel campo dello smaltimento dei rifiuti e del trattamento delle acque reflue. In termini di incidenza sul settore tali attività occupano una fetta di rilievo (circa il 30%) a ulteriore dimostrazione della crescente domanda di servizi ambientali, in particolare in relazione alla problematica della gestione del ciclo dei rifiuti. Tassi di crescita più contenuti interessano il comparto delle acque: cresce del 5% la voce depurazione e trattamento delle acque (servizi), che pesa sul settore per il 6%, mentre quella relativa ad impianti ed apparecchi, continuando ad incidere in misura molto significativa (20%), cresce nell’ultimo anno in misura poco rilevante (1,3%). Presenta addirittura un tasso decrescente la voce "depurazione di scarichi civili ed industriali (impianti ed apparecchi)" (-4%) che tuttavia rappresenta il 4% delle aziende sotto osservazione. Difficile non leggere questi dati in riferimento alla più o meno decisa spinta propulsiva esercitata dalle politiche ambientali nei diversi settori di intervento. Per ciò che concerne i rifiuti, ad esempio, si può pensare che la crescita recente del numero degli operatori sia almeno in parte legata all'avvio di un processo di decentramento funzionale e di moltiplicazione dei soggetti coinvolti nel ciclo gestionale. Il settore delle acque, al contrario, sembra risentire della rallentata attuazione della legge Galli (n.36/94): a circa quattro anni di distanza dalla sua emanazione infatti, solo una decina di regioni hanno approvato le leggi attuative ed hanno avviato una ricognizione sui sistemi idrici presenti sul territorio. Le tabelle 21 e 22 rappresentano la distribuzione degli operatori dell’industria verde nelle diverse regioni evidenziando a livello locale l’incidenza delle singole categorie. Si segnala, innanzitutto, come la Lombardia nonostante un leggero riposizionamento verso il basso fatto registrare nell'ultimo periodo, rimanga decisamente la regione più "attrezzata" per ciò che concerne gli operatori ambientali (21,3% del totale). A livello più aggregato si registra la forte concentrazione di imprese del nord-ovest (33%), che tuttavia, nell'ultimo decennio ha presentato una diminuzione del peso relativo delle aziende localizzate (-6,8%) ed il recupero del meridione che, dal 16,7% del 1988, è progressivamente passato al 25% del 1998. Per ciò che concerne gli altri distretti territoriali (nord-est e centro), non si registrano invece grandi differenze ed il loro peso percentuale è sostanzialmente lo stesso da 10 anni. Tav. 12 - Classificazione delle eco-industrie
Fonte: Eurostat 1998
Tab. 20 - L’evoluzione dell’industria verde (*) in Italia (v.a. e val. %)
Fonte: elaborazione Censis su dati Seat
Tab. 21 - La distribuzione regionale degli operatori dell’industria verde (v.a. e val. %)
Fonte: elaborazione Censis su dati Seat
Tab. 22 - Distribuzione degli operatori dell’industria verde per regioni e per categorie (val.%) 1998
Fonte: elaborazione Censis su dati Seat
Tratto dal "Rapporto sulla Situazione Sociale del Paese" a cura del Censis
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