RIFORMA FISCALE SENZA PENSARE ALL'AMBIENTE

 

   
 

 

 


Stiamo ancora parlando di ambiente, del quanto mai discusso tema di come vivere nella maniera più decente e più piacevole possibile su questo pianeta popolato da 6 miliardi di esseri umani (siamo ormai la seconda specie animale per biomassa dopo il krill). La risposta non è certamente continuando come facciamo adesso, consumando a ritmo sempre più accelerato le risorse, preparando un deserto per le generazioni future, per di più  lasciando fuori dal cosiddetto benessere la maggior parte della popolazione mondiale. Un sistema che da sempre le società usano nel tentativo di proteggere le risorse naturali è quello del "comando e controllo", cioè formulare regolamenti che prevedono limiti e divieti, con sanzioni per chi trasgredisce, e applicarli attraverso metodi vari e varie autorità. Tale sistema non è più sufficiente, sia perché la pressione è tale che è necessario ricorrere a tutte le forme di contenimento possibile, sia perché la crescente autonomia, capacità e determinazione dei gruppi sociali (benpensanti o criminali che siano) rende sempre più difficile l'applicazione del "comando e controllo" da parte delle autorità in tutti gli angoli del pianeta.
Altro sistema che si è cercato di attuare da una trentina d'anni a questa parte è quello della "sensibilizzazione", creando una morale "ambientale" nella gente.
Ciò su cui si punta molto oggi è il sistema degli "incentivi e disincentivi", cercando cioè con metodi fra i più svariati, di spingere la gente, e specialmente quegli individui o organizzazioni che più impattano sull'ambiente, a modificare per convenienza i loro atteggiamenti, metodi e scelte in modo da renderli più eco-compatibili. La politica fiscale rientra fra questi metodi, ma se ciò è chiaro per i tecnici dell'ambiente non lo è altrettanto per quelli del fisco. Per di più questi sono di origine monetarista. Per intenderci i monetaristi sono quelli che ovunque si spacciano per economisti, cioè quelli che hanno svilito la scienza economica a semplice conteggio di soldi; quelli tipo i nostri (e non solo) governanti che cercano ancora di convincerci che il benessere = soldi. Con il conteggio dei soldi misurano le condizioni delle famiglie. Ad esempio, per un Giuliano Amato o Giulio Tremonti, uno che la domenica fa ore di fila sull'autostrada spendendo x di benzina e auto, che ha un incidente, spende y di cure mediche e z di spese varie, ha goduto di più di chi resta a casa a guardare la TV o prendere il sole in terrazzo. Costoro, che più che economisti, andrebbero chiamati contabili (senza offesa per coloro che nobilmente praticano quest'ultima professione senza pretendere di amministrare il mondo), sistematicamente, per comodità, ignorano le esternalità, cioè i costi nascosti: quelli che non possono essere calcolati o ben definiti o non trasformabili in denaro o riferiti a risorse apparentemente gratuite (es. l'aria); quelli che vengono scaricati su altri (es. se la mia politica economico-finanziaria obbliga un paese più povero a svendermi le proprie materie prime, ciò che nei rapporti fra privati è punito come strozzinaggio). Pur nei loro limiti poi neanche hanno avuto finora la fantasia di inventarsi niente di nuovo, pensano ancora a Keynes, alla rivoluzione industriale......quando poi si incontrano con Bertinotti e Cofferati, magari di fronte a qualche bicchiere di vino, hanno un guizzo di vitalità e si commuovono pensando alle catene di montaggio, a Henry Ford, ai cortei dei metalmeccanici, alla battaglia del grano...........
La politica fiscale comunque non può tenere conto solo delle esigenze ambientali, anzi è nata tenendo solo conto di esigenze sociali (es. redistribuzione del reddito), economiche (procurare denaro per gli investimenti pubblici), per il pagamento di servizi pubblici (es. rifiuti urbani), ecc. e queste naturalmente devono essere ancora determinanti, anche se non dobbiamo commettere l'errore che piace tanto anche a molti sedicenti ecologisti si considerare l'ambiente come qualcosa di scorporato dalla società e dall'economia; utilizziamo termini diversi solo per rendere più chiara l'esposizione.
L'esigenza di ambiente è ormai un esigenza sociale semplicemente perché se non conserviamo ciò che è rimasto andremo a finire molto male. Da un esame purtroppo superficiale (chi scrive non è un fiscalista né economista) non sembra che l'ultima riforma del fisco presentata dall'attuale governo italiano crei un sistema più favorevole all'ambiente.
Quando ci preoccupiamo di risorse finite ci riferiamo ovviamente a quelle materiali (se consumo un litro di benzina ce ne sarà uno in meno per un mio simile, se costruisco una casa ci sarà meno spazio e meno verde per gli altri). Queste, come abbiamo già accennato, vengono consumate a un ritmo insostenibile. La risposta fiscale-ambientale più semplice è: tassiamo i consumi in maniera proporzionale all'impatto che questi consumi hanno sull'ambiente. Ripeto, non sono un fiscalista, per cui gradirei l'input di qualcuno più bravo di me in materia, ma scrivo proprio perché vedo che gli attuali meccanismi economici, di cui la politica fiscale è parte integrante, stanno portando il mondo alla distruzione e nessun esperto del fisco prova a darmi una spiegazione in proposito. Non mi pare comunque che le imposte al consumo vengano calibrate con riferimento al principio su accennato.
Abbiamo poi altre tasse come l'IVA che colpisce indiscriminatamente chi opera a danno dell'ambiente o senza impatto (dobbiamo pagare il 20% sia che compriamo un'auto, un biglietto aereo, facciamo una telefonata o andiamo dall'avvocato).
Similmente le imposte patrimoniali non sono rapportate al consumo di risorse o tipo di gestione che i proprietari fanno dei loro beni, sia immobili che mobili: che possegga titoli nel settore dei cosmetici o petrolifero, sempre la stessa imposta pago; che faccia agricoltura biologica o chimica, idem.
Anche nel variegato campo delle esenzioni & facilitazioni per le attività produttive non si tiene minimamente conto di quali siano più o meno eco-compatibili, anzi indirettamente si finisce sempre per favorire quelle più distruttive (stranamente nella società industriale "produttivo" e "distruttivo" diventano sinonimi) in quanto quest'ultime hanno in genere più bisogno di investimenti materiali (spazi fisici, materie prime, ecc.). Ovviamente non stiamo dicendo che sia semplice passare a un sistema fiscale più orientato verso la conservazione dell'ambiente e della qualità della vita rispetto a quello tradizionale impostato sul consumismo, ma apparentemente, con l'ultima riforma non ci si sta neanche provando.

 

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