I protagonisti della protezione e del disinquinamento ambientale


 


Industria verde: verso una definizione condivisa

Con il crescere di consistenza del settore della cosiddetta eco-industria, è cresciuto anche l’interesse per le possibilità di misurarne le principali caratteristiche (numero di operatori, addetti, giro d’affari, ecc.). In realtà, la stessa aleatorietà del termine (viene utilizzato spesso in alternativa a "industria ambientale" o "industria verde") evidenzia chiaramente l’assenza di una definizione precisa a cui far riferimento. D’altra parte le tipologie di attività che, sia pure con assunzione problematica, si considerano sottese da tali definizioni sono in continua crescita e trasformazione. Questo spiega la difficoltà di offrirne una connotazione stabile e definitiva, di classificarle, di contarle.

Un tentativo di "costruire" una definizione univoca è stato tentato dalla Commissione Europea nel 1994: "...possono essere definite eco-industrie le imprese che producono beni e servizi in grado di misurare, prevenire, limitare, o correggere danni ambientali quali l’inquinamento dell’acqua, dell’aria, del suolo, così come i problemi legati ai rifiuti ed al rumore. Esse includono le tecnologie pulite dove l’inquinamento e l’utilizzo di materie prime è stato minimizzato...". Tale definizione può essere utile per comprendere ciò di cui si parla, ma non risolve il problema della classificazione.

Sicuramente il requisito indispensabile affinché un’attività produttiva sia catalogabile come "eco-industria" risiede nel fatto che le attività svolte abbiano una chiara finalità ambientale.

L’analisi delle attività non consente tuttavia una classificazione efficace ed esaustiva. Alcune imprese svolgono infatti attività con finalità ambientali (ad esempio l’abbattimento di emissioni) in contesti produttivi anche molto diversi e con diverse metodologie di approccio al problema (di tipo end of pipe ossia attraverso la depurazione a fine ciclo o piuttosto con l’adozione di processi "intrinsecamente puliti").

Allo stesso modo, anche l’analisi dei prodotti messi in commercio e dei servizi erogati si presenta problematica: esistono prodotti "creati" espressamente per affrontare un problema ambientale (es. filtri, marmitte catalitiche, depuratori, ecc.) e prodotti che rispondono ad un’esigenza ambientale pur essendo stati realizzati per affrontare altri tipi di problemi. In genere si tratta di prodotti commercializzati con un consistente ricorso all’avverbio "senza" (spray senza cfc, pile senza mercurio o cadmio, carta sbiancata senza cloro, legno assemblato senza formaldeide, ecc.). Esiste poi il problema delle diverse fasi del ciclo di vita dei prodotti (produzione, utilizzo, recupero, smaltimento), in ognuna delle quali la finalità più o meno esplicitamente ambientale può assumere valori e significati diversi.

La soluzione che si tende ad adottare per rispondere ai problemi di classificazione (e quindi di quantificazione) delle eco-industrie è quella di una combinazione di informazioni relative alle attività svolte, ai prodotti realizzati e venduti, ai contesti ambientali ed economici coinvolti, alle diverse tipologie di domanda soddisfatta.

Questo tipo di impostazione, sviluppata dal "Gruppo di lavoro Ocse-Eurostat sull’industria ambientale" ha consentito la formulazione di una matrice di classificazione delle eco-industrie dove, in prima approssimazione, in colonna compaiono la fabbricazione di impianti, l’installazione e la costruzione di componenti e strutture, i servizi di progettazione, i servizi generali di messa in opera, la ricerca e sviluppo, la formazione, e in riga il controllo dell’inquinamento atmosferico, la gestione dei residui liquidi, la gestione dei residui solidi, la protezione del suolo e delle acque, l’abbattimento del rumore e delle vibrazioni, il monitoraggio, l’analisi e la misurazione, il riciclaggio, le tecnologie ed i prodotti puliti.

Nella tavola 3 viene riportata una prima applicazione della matrice dell’eco-industria dove compare la distinzione tra core activities e non non core activities. Nel primo caso ci troviamo di fronte ad imprese che svolgono una chiara attività ambientale, che erogano servizi e producono beni ben definiti, che agiscono in contesti evidenti; nel secondo caso almeno uno di questi requisiti viene a mancare. Naturalmente il concetto di non core è relativo esclusivamente ad un criterio di classificazione e non certo all’importanza che le attività di tali imprese possono avere nell’ambito delle azioni ad alta valenza ambientale.

I "numeri" della proliferazione soggettuale

Un tentativo, sia pur parziale, di "contare" le eco-industrie può essere condotto a partire dalle categorie Seat relative agli operatori economici che dispongono di allaccio telefonico.

Le voci che con una certa tranquillità possono essere incluse nel computo sono le seguenti:

rifiuti e scarti civili e industriali (smaltimento e trattamento). Comprende aziende che operano nel settore del trasporto, dello stoccaggio, dello smaltimento di rifiuti civili (soprattutto fanghi di depuratori e pozzi neri) e industriali, aziende che smaltiscono rifiuti (anche ospedalieri) con processi di termodistruzione, che smaltiscono fanghi di conceria, che raccolgono olii usati e batterie esauste, che effettuano diversi tipi di conferimento in discarica, ecc. In linea di massima si tratta di aziende che svolgono servizi per conto di terzi (soprattutto aziende, ma anche enti pubblici e famiglie);

nettezza urbana (servizio). Comprende essenzialmente le aziende che raccolgono, trasportano e smaltiscono i rifiuti solidi urbani (in molti casi si registrano sovrapposizioni con il settore precedente). Si tratta di municipalizzate, consorzi, aziende speciali, spa a capitale pubblico, società private che operano in concessione, ecc.

ecologia (studi, consulenza e servizi). E’ un settore ibrido. Vi convergono infatti società che effettivamente svolgono attività di studio e consulenza, ma che in molti casi erogano anche servizi e realizzano impianti nel settore dello smaltimento dei rifiuti (urbani e industriali) e finanche (molto meno frequentemente) del trattamento delle acque;

depurazione acque (impianti e apparecchi). Raccoglie tutte le aziende che progettano e realizzano impianti di potabilizzazione, demineralizzazione, addolcimento, decarbonatazione, filtrazione, osmosi e, in qualche caso, anche il trattamento di reflui (soprattutto industriali);

depurazione scarichi civili e industriali (impianti e apparecchi). Si tratta di imprese che progettano e realizzano impianti di trattamento di acque reflue;

trattamento delle acque (servizi). Le aziende inserite in questa categoria svolgono attività simili a quelle della categoria precedente anche se sono maggiormente presenti nel settore dei servizi (per gli enti pubblici come per le imprese);

depurazione inquinanti atmosferici (impianti e servizi). In questa categoria rientrano tutte le aziende che progettano, costruiscono ed installano sistemi di abbattimento di polveri e inquinanti di diversa natura;

energia solare e alternativa. Si tratta soprattutto di aziende che realizzano ed installano pannelli solari fotovoltaici o per la produzione di acqua calda;

Dunque, pur senza nessuna pretesa di esaustività, è possibile disporre di informazioni relative ad aziende operanti nel settore del disinquinamento e della tutela ambientale che, in qualche modo, possono essere ricondotte all’interno della classificazione dell’Ocse (core e non core activities).

I dati in esame, pur con tutte le cautele del caso, appaiono sorprendenti per ciò che concerne la "natalità" del settore. Basti osservare che le imprese delle categorie in esame sono passate in sette anni da 4.443 unità a 6.132 (con un incremento del 38%) (tab.19).

Occorre comunque segnalare che il trend di crescita sta probabilmente subendo un rallentamento. Infatti, l’aumento fatto registrare del periodo ‘94-’97’ (15%) è inferiore a quello del ‘91-’94 (20%).

L’osservazione dei dati relativi alle diverse categorie evidenzia la centralità, nel nostro paese, del tema dello smaltimento dei rifiuti industriali. Le aziende che se ne occupano, infatti, fanno registrare i più alti tassi di incremento in assoluto. Crescono in misura consistente anche le società che si occupano di "ecologia" fornendo studi, analisi, progettazioni, consulenze varie (48,4% nel periodo ‘91-’94 e 15,5% nel periodo ‘94-’97). Occorre comunque considerare che si tratta, per gran parte, di attività connesse allo smaltimento dei rifiuti.

Un ragionamento a parte merita il settore dei servizi di igiene urbana, dove si registra una sorta di stabilizzazione del numero degli operatori. Evidentemente, nei dati raccolti trova rispecchiamento l’avvio di un processo di parziale superamento della polverizzazione delle gestioni che impediva di fatto la realizzazione del servizio su ambiti territoriali sufficientemente ampi per effettuare i necessari investimenti.

Anche nel settore delle acque si registra una crescita complessiva (anche se meno consistente rispetto a quanto riscontrato nel settore rifiuti). Il comparto trainante sembra essere, più di quello della depurazione delle acque reflue (che coinvolge soprattutto aziende di grossa dimensione), quello della produzione di impianti ed apparecchi in grado di intervenire nei processi industriali di modifica chimico-fisica delle caratteristiche delle acque. Naturalmente è evidente che tutto il settore, analogamente a quanto accadrà per i rifiuti con il Decreto Ronchi, verrà condizionato dall’attuazione della Legge Galli (36/94) sulle acque e dalle nuove direttive europee (in particolare dalla Direttiva 91/271 che impone che entro il 31 dicembre del 2000 in tutti gli agglomerati urbani con oltre 15.000 abitanti equivalenti i reflui urbani siano sottoposti a trattamento prima dello scarico).

Quello che si può fin da ora immaginare è che, parallelamente al consolidamento delle aziende operanti nel campo del disinquinamento e del "rimedio" ambientale (inevitabile conseguenza di un approccio normativo volto a superare la frammentazione e ad operare per "ambiti ottimali") si verificherà una nuova proliferazione di soggetti in grado, da un lato di rispondere alla domanda di tecnologie e processi "intrinsecamente puliti", e dall’altro di presidiare quelle frontiere dell’industria verde rimaste al momento parzialmente inesplorate (separazione, recupero e riciclaggio dei materiali, compostaggio, depurazione e riciclo delle acque industriali, ottimizzazione dell’impiego di materie prime, acqua ed energia, produzione ed utilizzo di energia alternativa, ecc.).

Un’ultima considerazione riguarda la distribuzione territoriale dell’eco-industria. Osservando la tabella 20 si nota che, pur in presenza di una consistente primazia delle regioni settentrionali, si registra l’aumento costante del peso percentuale delle aziende localizzate nel Meridione. Più in particolare, è interessante notare che, se nel 1988 le aziende meridionali rappresentavano il 16,7% del totale, nel ‘94 sono cresciute fino a raggiungere il 23,2% per poi toccare il 24,5% nel ‘97. In termini di distribuzione percentuale tale crescita è legata quasi per intero alla riduzione della quota di aziende localizzate nel Nord-Ovest, che passano dal 39,8% del 1988 al 33,1% del 1997.

Dunque, il processo di progressiva meridionalizzazione del settore sembra aver dispiegato il massimo delle proprie potenzialità nel periodo compreso tra la fine degli anni 80 e i primi anni 90. Tra il ‘94 ed il ‘97 l’evoluzione non è stata così significativa, e il fatto che una regione come la Lombardia sia tuttora concentrato il 21,7% delle eco-industrie testimonia chiaramente il perdurare di un solidissimo legame tra sviluppo industriale e fabbisogno di consulenze, servizi, impianti e tecnologie per il disinquinamento.

Tratto dal "Rapporto sulla Situazione Sociale del Paese" a cura del Censis


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