L’evoluzione normativa guida il percorso verso l’eco-compatibilità


 
 

 

 

Operare una netta separazione tra le funzioni di indirizzo e programmazione da un lato e quelle di gestione dall’altro. Sembra essere questo il messaggio prevalente che emerge dall’analisi dei più importanti strumenti di politica ambientale messi a punto nel corso degli ultimi anni, dalla Legge Galli in materia di risorse idriche (1994) fino al Decreto Ronchi relativo ai rifiuti urbani e industriali (1997).

Si tratta di un obiettivo sicuramente condivisibile che riapre tra l’altro le porte al coinvolgimento del settore privato nelle azioni di tutela e risanamento ambientale.

Alla stessa stregua, la tensione verso il superamento di regimi fiscali indifferenziati per approdare a sistemi tariffari direttamente legati alla qualità dei servizi erogati sembra essere il presupposto per un rinnovato percorso di coinvolgimento e di responsabilizzazione degli stessi cittadini/utenti.

Quello che resta da verificare sono le modalità con cui provvedimenti di così spiccato carattere innovativo verranno effettivamente attuati. Alcuni segnali in proposito non appaiono molto incoraggianti. La Legge Galli, ad esempio, può già essere considerata inattuata nella misura in cui non tutte le Regioni hanno deliberato sulla definizione degli Ambiti Territoriali Ottimali all’interno dei quali organizzare il servizio idrico integrato.

Il rischio concreto è quello che gli sforzi del legislatore vengano vanificati e che, in luogo di un effettivo superamento dell’attuale frammentazione gestionale, si verifichi un semplice passaggio da gestioni dirette degli enti locali a gestioni tramite aziende (pubbliche o private che siano).

Un altro fronte sul quale le politiche pubbliche stanno dimostrando una concreta volontà di intervento è quello della semplificazione amministrativa. Considerato che le procedure per la verifica degli impatti sull’ambiente delle attività economiche hanno sempre comportato per le singole imprese notevolissime difficoltà burocratiche, la Legge 59/97, individuando un numero consistente di provvedimenti da semplificare (molti dei quali relativi alle dichiarazioni ed alle autorizzazioni ambientali), non poteva che incontrare il favore di tutti gli operatori. Inutile dire che questo tipo di provvedimento potrà dimostrarsi efficace là dove venga effettivamente adottato un procedimento unico ed integrato per le verifiche di impatto. A questo proposito sarà interessante verificare le modalità con cui le Province, incaricate dei controlli in molti settori ambientali, sapranno interpretare il ruolo loro assegnato.

Nel loro complesso si può sostenere che le azioni di politica ambientale, fortemente caratterizzate dal tentativo di coinvolgere i diversi soggetti economici ed istituzionali nel percorso di risanamento e di prevenzione, sembrano aver imboccato la strada giusta.

Per ciò che riguarda più in particolare l’evoluzione dei comportamenti collettivi si registra la presenza di alcuni segnali positivi da un lato, e la sopravvivenza di fenomenologie preoccupanti che inducono a riflettere dall’altro. Sul primo fronte un esempio per tutti può essere individuato nella separazione domestica dei rifiuti che, là dove è stata effettivamente organizzata (soprattutto nei piccoli e medi comuni del Nord Italia), ha comportato una notevole partecipazione dei cittadini.

Sul fronte opposto deve essere rimarcato come nel nostro Paese permangano sacche di scarsa sensibilità ambientale che, se trascurate, rischiano di compromettere anche gli sforzi più significativi. Si pensi alla persistente domanda di scarico e di smaltimento abusivo (alla quale continua ad offrire una risposta la criminalità organizzata), alla difficoltà di contenere l’abusivismo edilizio (di cui è tornata ad occuparsi la cronaca in merito alle vicende agrigentine), alla ricorrenza degli incendi boschivi nella stagione secca, in grado da soli di compromettere la consistenza del nostro patrimonio forestale, all’importazione illegale di fauna protetta, alimentata da un malinteso desiderio di acquisire elementi di distinzione ed originalità, e, ancora, alla pratica del bracconaggio, alle migliaia di "archetti" e reti per l’uccellagione posizionati nelle valli bresciane o all’abbattimento dei migratori sullo stretto di Sicilia.

Si tratta di un insieme di comportamenti che, qualora continuino a sfuggire all’attenzione della società civile e delle autorità competenti, potrebbero effettivamente, in maniera sotterranea ma decisiva, vanificare i più organici e partecipati sforzi verso il miglioramento della qualità ambientale nel nostro Paese.

Tratto dal "Rapporto sulla Situazione Sociale del Paese" a cura del Censis