PREMESSA
CAUSE PRINCIPALI DI
INCENDIO BOSCHIVO
cause
accidentali
cause colpose
cause dolose
LE PRINCIPALI FITOCENOSI
IL RISCHIO DA INCENDIO
NELLE PRINCIPALI FITOCENOSI
IL COMPORTAMENTO DEL
FUOCO E LA LOTTA ATTIVA
LA LOTTA ATTIVA
STRUMENTI E MEZZI
LA PREVENZIONE
CONTROLLO E MONITORAGGIO
DEL TERRITORIO
LO SPEGNIMENTO
LA SIMULAZIONE DI UN
INCENDIO
Il
problema degli incendi boschivi in Italia suscita ormai da
qualche anno un interesse non più limitato ai soli
addetti ai lavori. La crescita della sensibilità collettiva ai
problemi della tutela naturalistica, l'attenzione dei mezzi di
informazione, la portata dei danni economici arrecati dal
fenomeno, hanno contribuito sensibilmente ad aumentare le forze
impegnate, soprattutto d'estate, a ridurre la frequenza e
l'estensione degli incendi boschivi.
Se fino a pochi anni fa il compito di tamponare l'emergenza
era affidato esclusivamente alle esigue forze del CFS e dei VVFF,
costretti ad operare in condizioni di estremo disagio e con mezzi
insufficienti, oggi esistono strutture operative che dirigono gli
interventi su scala nazionale, coordinando tra loro, oltre ai
corpi già citati, i mezzi della Protezione Civile,
dell'Esercito, degli Enti Locali e del volontariato.
Tuttavia i dati offerti dall'esperienza
tecnico-scientifica, mostrano con estrema determinazione come il
danno arrecato dagli IB sia proporzionale al tempo intercorso tra
l'inizio del focolaio e gli interventi di spegnimento.
Si dimostra, perciò, più efficace una presenza diffusa
sui territori a rischio di presidi antincendio, che non un
massiccio uso di mezzi che non sia in grado di intervenire in
tempo utile sul fuoco.
Gli alti costi e la limitata disponibilità dei mezzi
aerei, impongono, inoltre, una discriminazione degli interventi
da effettuare, che può essere garantita esclusivamente da
personale specializzato che fornisca da terra dati precisi
sull'intensità e la portata del fenomeno da affrontare.
L'attività di un presidio AIB può inoltre sviluppare un
sistema integrato di prevenzione, controllo e repressione, con
particolare riguardo ai fenomeni dolosi che rappresentano la
maggior parte della casistica, svolgendo inoltre iniziative di
sensibilizzazione delle popolazioni locali sui rischi da evitare
.
Appare tuttavia improponibile realizzare una struttura
capillare di questo tipo basandola sui Corpi professionali.
E questo per i seguenti motivi:
1- Nella maggior parte delle regioni italiane il
periodo di rischio varia dai 2 ai 3 mesi;
2- Sarebbe troppo costoso mantenere un organico
specializzato tutto l'anno per utilizzarlo appieno in un
periodo così limitato;
3- E' estremamente difficile controllare e dirigere
piccole unità isolate, soprattutto in zone di difficile
accesso, senza un contatto continuativo con le popolazioni
locali.
In base a tali considerazioni è convinzione diffusa che
l'unica scelta praticabile sia la costituzione di presidi
volontari, sostenuti da un contributo pubblico commisurato
all'efficienza del servizio svolto, con attività limitata ai
periodi di rischio e coordinata dal Corpo Forestale. Così
facendo si otterrà, a costi contenuti per la comunità, una rete
territoriale di controllo che integri e alleggerisca il lavoro
dei corpi istituzionalmente preposti.
Questi stessi criteri sono stati assunti dai Piani
Triennali di lotta agli incendi boschivi elaborati dalla Regione
Lazio e dalla Legge Regionale di Protezione Civile che affida al
volontariato gli interventi di I livello sugli eventi calamitosi.
Tuttavia gli interventi di sostegno al volontariato da
parte delle pubbliche amministrazioni non sempre hanno raggiunto
la dovuta consequenzialità ai termini legislativi, e, quindi, se
il quadro d'insieme del volontariato dimostra un potenziale
positivo, i risultati ottenuti non lasciano spazio ad eccessivo
ottimismo.
E nella fase attuale, con un patrimonio boschivo in rapida
involuzione quantitativo - qualitativa, è indispensabile che gli
Enti Locali forniscano alle associazioni del volontariato il
sostegno adeguato alle mansioni che sono chiamate a svolgere,
migliorando il loro impegno incrementandone, innanzitutto, la
preparazione che la lotta AIB richiede . Questo manuale intende,
quindi e soprattutto, rivolgersi al volontariato fornendogli i
suggerimenti e le indicazioni che ci hanno aiutati, nel corso
degli ultimi anni, a far fronte alle difficoltà piccole e grandi
che si incontrano nel duro lavoro contro gli incendi boschivi.
CAUSE PRINICIPALI DI INCENDIO
BOSCHIVO
Perchè un incendio si sviluppi sono sempre necessari gli
elementi che costituiscono il cosiddetto "triangolo del
fuoco", cioé il combustibile (paglia, egno, etc.), il
comburente (l'ossigeno) e la temperatura di combustione.
Mentre i primi due elementi sono sempre disponibili, la
temperatura necessaria all'accensione é presente solo in
determinate condizioni.
Se in climi equatoriali la decomposizione della sostanza
organica ad opera degli enzimi sviluppa molto spesso il
potenziale calorifico sufficiente per l'autocombustione (e ciò
rappresenta un importante fattore di regolazione dei sistemi
forestali) alle nostre latitudini la possibilità di un simile
evento non esiste.
Le cause naturali di incendio possono essere attribuite o
alla concentrazione di raggi solari attraverso una goccia di
resina o di rugiada (evento quanto mai improbabile e mai
verificato direttamente) o all'accensione provocata da fulmini in
assenza di pioggia (fenomeno non raro che, comunque, non sembra
essere causa rilevante di danni).
Tutti gli altri fenomeni vanno attribuiti direttamente
all'uomo, dividendo la casistica in episodi accidentali, colposi
e dolosi.
CAUSE
ACCIDENTALI
Un corto circuito, un motore che si surriscalda, le
scintille di strumenti da lavoro, possono alle volte costituire
l'inizio di un focolaio. Gli incendi così causati vengono
definiti accidentali.
CAUSE COLPOSE
La più frequente é la cicca o il cerino gettati dalle
auto (nelle strade a grande scorrimento lo spostamento d'aria
creato dalle vetture può alimentare le fiamme), ma anche i
focolai da pic-nic lasciati incustoditi possono innescare
pericolosi incendi.
Più grave il problema delle discariche abusive, tollerate
dalle amministrazioni locali, alle quali qualcuno dà quasi
sempre fuoco, magari per ridurne il fetore.
Ancora più frequente e con conseguenze estremamente
pericolose, é l'abitudine di eliminare le erbe infestanti
appiccandovi intenzionalmente fuoco. Tale pratica, da scoraggiare
severamente, confina con il dolo, anche se applicata ingenuamente
talvolta anche da personale istituzionalmente preposto alla
pulizia di strade o verde pubblico.
CAUSE DOLOSE
Come nel caso della "ripulitura" con il fuoco
appena trattata, anche l'abitudine di bruciare le stoppie residue
dei raccolti di graminacee, rientra in una categoria che é
difficile da classificare come colposa o dolosa.
Il fuoco viene appiccato con intenzionalità, ma
l'obiettivo della distruzione non é quello di distruggere il
bosco. Tuttavia, essendo quasi conseguente la propagazione delle
fiamme ai dei complessi boscati confinanti con i coltivi
incendiati, viene da pensare che talvolta vi sia l'intenzione di
guadagnare terreno coltivabile. Una anacronistica riproposizione
della pratica del debbio comune alle civiltà agricole primitive.
L'incendio delle stoppie é, in alcune regioni, la causa
principale di incendio boschivo, e seppure vietata, rappresenta
una pratica assai difficile da eliminare. Il sistema che sembra
aver dato i migliori risultati é quello di un controllo
preventivo accurato e costante, con punizioni esemplari per i
trasgressori, unitamente ad una campagna di informazione,
specialmente fra gli agricoltori più giovani, in cui si spieghi
come il fuoco possa essere la causa principale del depauperamento
dell'humus e del degrado idrogeologico delle superfici
coltivabili.
La pratica di togliere lo spazio al bosco per tramutarlo in
pascolo é tipica di certe forme di pastorizia.
Inoltre in parecchie regioni c'é l'uso consolidato di
bruciare il fieno seccatosi durante l'estate per favorirne la
ricrescita alle prime piogge. Tale pratica, seppure non così
frequente come quella di bruciare le stoppie, é tuttavia quella
che provoca maggiori danni al patrimonio boschivo. Mentre il
contadino brucia le stoppie il più delle volte prendendo
elementari precauzioni che salvaguardino quantomeno la propria
casa e le coltivazioni ortofrutticole che la circondano, il
pastore sceglie le condizioni metereologiche (vento forte,
siccità estrema, pendenza del terreno), che rendano l'incendio
il più distruttivo possibile. Purtroppo in tali casi, vuoi per
le abitudini culturali connesse alla pastorizia, vuoi per
l'inaccessibilità dei luoghi colpiti, vuoi per i metodi che
vengono usati, é estremamente difficile prevenire e reprimere
tale fenomeno. Per ridurre i rischi derivanti da tale pratica
può essere utile capire preventivamente quali saranno le aree
colpite e mettere in atto opere difensive nei confronti della
vegetazione arborea circostante (ad esempio creazione di
sterrati, ripulitura delle fasce perimetrali, etc.)
Un fenomeno accertato in zone ricche di selvaggina
(soprattutto Ungulati come Cinghiali, Daini e Caprioli) é
l'incendio di zone boscose e cespugliose per provocare lo
spostamento della fauna in zone più propizie alla sua cattura.
il danno che tale atto comporta alla biocenosi é talmente grave
che solo pochi spregiudicati bracconieri ancora lo praticano.
A parte gli incendi appiccati per vendetta, ormai limitati
alle zone più marginali ed arretrate del nostro Paese, altri
incendi per pura soddisfazione emotiva vengono appiccati dai
piromani. Senza entrare nella casistica psichiatrica e nelle
interpretazioni psicodinamiche di tale fenomeno, è un dato
palese che esso viene sempre causato da individui con equilibrio
psichico assai precario, e che sono quindi facilmente
individuabili (anche per l'ossessività ripetitiva dei
particolari) e per questo riportabili alla ragione senza
ricorrere a misure estreme, che possono essere comunque paventate
al colpevole una volta individuato.
Per ultima citeremo la causa che forse ha causato più
danni al patrimonio boschivo italiano negli anni '50 e '60.
Ci riferiamo alle distruzioni dei boschi con intenti
speculativi in campo edilizio. Per prevenire tale crimine dal
1975 una legge pone sui terreni percorsi dal fuoco il vincolo di
assoluta inedificabilità sino alla naturale ricostituzione del
manto boscato, anche in presenza di varianti che modifichino la
destinazione d'uso dei fondi colpiti. Ciò dovrebbe far decadere
ogni interesse per lo speculatore scoraggiandone gli intenti, ma,
purtroppo, in Provincia di Roma (come in gran parte del nostro
Paese), non esiste alcuna mappatura dei terreni percorsi dal
fuoco ed è, pertanto, assai difficile imporre i vincoli.
LE PRINCIPALI FITOCENOSI DEL LAZIO
La prevenzione e la lotta contro gli incendi boschivi è
parte integrante di un progetto più ampio di tutela e
risanamento dell'ambiente naturale. L'operatore AIB deve,
pertanto, conoscere con sufficiente approssimazione il tipo di
vegetazione che dovrà difendere dalla distruzione ad opera del
fuoco. E'abbastanza ovvio che l'incendio di una foresta di alberi
centenari causa un danno ambientale decisamente più grave di
quello in una sterpaglia o in una macchia di rovi. Molto spesso,
tuttavia, l'operatore poco preparato può selezionare in maniera
errata la scelta dell'intervento: impressionato, ad esempio,
dall'ampiezza e dalla vivacità di un incendio di stoppie può
impiegare gran parte delle sue energie e dei suoi mezzi contro di
esso, omettendo di salvare piccole formazioni boscate o
cespugliate di grande valore ecologico. Raccomandiamo, pertanto
di porre estrema attenzione alle pagine che seguono, ove verranno
descritte le più importanti associazioni vegetali (fitocenosi)
del Lazio. Nella sezione successiva si cercherà di definire i
parametri di rischio e difficoltà di spegnimento delle
fitocenosi descritte di seguito, permettendo, in tal modo, di
consentire all'operatore AIB una più elevata discriminazione
delle priorità di allarme e intervento. In questa descrizione
seguiremo un andamento geoclimatico che parte dalla costa e
raggiunge i rilievi montuosi, soffermandoci sulle fitocenosi con
caratteristiche la cui conoscenza è più necessaria
all'operatore AIB.
MACCHIA
PRIMARIA SEMPREVERDE
Dove finisce la duna sabbiosa litoranea, dietro le
formazioni di Ginepro ( Juniperus oxicedrum macrocarpa), laddove
l'ambiente non ha subito grosse offese da parte dell'uomo, inizia
il bosco di Pino marittimo ( Pinus pinaster). E'una conifera che
non raggiunge grandi altezze sotto la quale si sviluppa la tipica
vegetazione mediterranea sempreverde a Lentisco
( Pistacia lentiscus), Mirto (Myrtus communis), Cisto ( Cistus sp.), Corbezzolo (Arbutus
unedo), Erica (Erica arborea) Quercia
spinosa ( Quercus coccifera)
Fillirea (Phyllirea variabilis), Alaterno (Rhamnus
alaternus), Rosmarino (Rosmarinus officinalis),il Tino (Viburnus tinus), e alcune ginestre
(Cytisus sp.) (Spartium junceum),essenze ricche di resine e con foglie piuttosto dure
(sclerofille) adatte a contenere la perdita d'acqua in un clima e
un suolo molto aridi. Per resistere alla condizione siccitosa
viene eliminato il ricambio autunnale delle foglie e le piante
vengono perciò dette sempreverdi.
Proseguendo verso l'interno il Pino marittimo viene
sostituito dal Leccio (Quercus ilex), e dal Pino domestico (Pinus pinea). Quest' ultimo, importato in Epoca romana, costituisce
importanti complessi forestali, fra i quali Castelfusano,
Castelporziano e Fregene. La Macchia primaria sempreverde
difficilmente si presenta nella nostra Regione nella sua forma
originaria. A parte il bosco di Castelporziano e alcuni tratti
del Parco del Circeo, gli agenti antropici (principalmente la
cementificazione delle coste e gli incendi), hanno ridotto il
manto boscato a Macchia secondaria, a Gariga o a Steppa. Fattori
geoclimatici particolari, inoltre, hanno permesso l'insediamento
di forme più o meno integre di Macchia sempreverde a notevole
distanza dal mare, talvolta persino all'interno di una città
come Roma.
LA GARIGA
E'la forma degradata della Macchia sempreverde, ove
scompaiono le specie ad alto e medio fusto e le essenze
cespugliate si riducono nelle dimensioni.
LA STEPPA
Ultima fase della vegetazione mediterranea prima della
desertificazione, è costituita da piante erbacee. Se difesa dal
pascolo e dagli incendi può tornare a costituire dapprima la gariga, poi la macchia secondaria e, dopo alcuni decenni, la
macchia primaria.
LA SUGHERETA
Piantata per scopi di sfruttamento della sua corteccia ( il
sughero) la Sughera (Quercus suber), è presente in alcune zone
dell'entroterra, spesso con sottobosco simile a quello della
Macchia sempreverde, altre volte come bosco monotipico.
IL
BOSCO DECIDUO MISTO
Laddove le condizioni del suolo e la piovosità relativa lo
consentono, il Bosco misto di latifoglie prende gradualmente il
sopravvento sulla Macchia sempreverde. Le piante che lo
compongono non sono particolarmente resinose e in autunno perdono
le foglie che nella stagione vegetativa restano relativamente
ricche di acqua. Il bosco deciduo misto viene normalmente
sfruttato dall'uomo che interviene con il taglio culturale ad
intervalli regolari di tempo. Viene perciò comunemente chiamato
anche bosco ceduo (dal Lat. Coedere = tagliare). In alcuni
forestali protetti ove non è consentito lo sfruttamento del
legname, il bosco ceduo si evolve allo stato di Foresta primaria,
con piante ultracentenarie e un fitto sottobosco.
Nel bosco deciduo misto prevalgono le querce presenti con
la Farnia (Quercus robur), il Cerro (Quercus cerris), il Rovere (Quercus petraea), la Roverella
(Quercus pubescens) il Farnetto (Quercus frainetto). Alle querce sono associate numerose altre
essenze arboree tra cui il Corniolo (Cornus mas), il Tiglio
(Tilia cordata), l' Acero (Acer campestre),l' Olmo (Ulmus campestris), il Sanguinello
(Cornus sanguinea), l' Orniello (Fraxinus ornus), il Carpino (Carpinus betulus), il Pero
selvatico (Pyrus sp.), il Melo (Malus sylvestris), il Nocciolo (Corylus avellana). Alle specie arboree si associano, a livello
di sottobosco e ai margini, essenze cespugliose quali il Prunus (Prunus spinosa, il Biancospino
(Crataegus monogyna), il Rovo (Rubus sp.), la Rosa (Rosa sp.), il Sambuco (Sambucus
nigra), l'Ebbio (Sambucus ebulus), l'Evonimo (Euonymus europaeus).
BOSCO
CEDUO DEGRADATO
Incendi e pascolo hanno trasformato la maggior parte dei
boschi misti decidui in ambienti degradati, ove le essenze
arboree non riescono a superare il livello del sottobosco o si
presentano in formazioni fortemente diradate con ampie radure
occupate dal Rovo. Nel linguaggio comune una tale involuzione è
definita Ceduo degradato.
CESPUGLIATI
Sono costituiti da zone prevalentemente occupate dalle
essenze cespugliose tipiche del sottobosco del Bosco misto
deciduo, con notevole presenza della Ginestra comune (Spartium junceum),che spesso è specie esclusiva. Anche il Rovo e il Pruno
formano associazioni pressochè esclusive che preparano le
condizioni per una successiva ricostituzione del Bosco misto.
PASCOLI
NATURALI
Sebbene siano da considerare Pascoli naturali solo quelli
che crescono ad una quota superiore al livello della Faggeta,
consideriamo in questa sede le zone che, ha seguito di millenarie
pratiche di pascolo e incendio, hanno visto sparire tutte le
essenze arboree e cespugliose. Ci troviamo, in tali habitat, in
presenza esclusiva di una variegata flora erbacea in cui
prevalgono le Graminacee.
AMBIENTI
PALUSTRI E RIPARIALI
Ove il terreno è ricco di umidità, in zone palustri o
lungo i corsi e gli specchi d'acqua, sono presenti specie a
rapido accrescimento come il Salice (salix sp.), il Pioppo (populus sp.), l'Ontano nero
(Alnus glutinosa). In questi habitat
i cespugli sono sosituiti da una flora erbacea ad alto
accrescimento con fusto rigido come la Cannuccia ( Phragmites communis) la Canna
(Arundo donax) la Tifa (Typha latifolia), la
Salcerella (Lythrum salicaria), il Pepe d'acqua (Eupatorium cannabinum).
Data la tendenza degli anni passati a spianare e
cementificare gli argini e il progressivo prosciugamento di
stagni e paludi, tali habitat, estremamente preziosi, stanno
scomparendo un pò ovunque.
LA
MACCHIA DI ROBINIA
Introdotta dal continente americano per la grande capacità
di attecchimento (veniva usata soprattutto per il consolidamento
delle scarpate stradali), la Robinia (Robinia pseudoacacia), ha
invaso un pò ovunque il territorio formando, specialmente lungo
le strade, boschetti esclusivi. La Robinia è una specie
infestante che sostituisce la vegetazione autoctona ed è, per il
mondo protezionista, una specie da eradicare.
IL CASTAGNETO
Nella fascia submontana l'opera dell'uomo ha sostituito
coltivazioni di Castagno (Castanea sativa) al Bosco misto
deciduo. Il Castagneto è un'associazione monospecifica, con un
sottobosco che viene mantenuto basso sia dalla scarsa
penetrazione dei raggi solari, sia dagli interventi dell'uomo
impegnato nelle operazioni culturali.
LA FAGGETA
Tipica del piano montano e submontano, é formata dal
Faggio (Fagus sylvatica) talvolta in associazione con il Carpino
nero (Ostrya carpinifolia) e l'Acero montano (Acer pseudoplatanus).
E' ambiente di elevatissimo valore naturalistico e
idrogeologico.

IL RISCHIO DA INCENDIO NELLE
PRINCIPALI FITOCENOSI
Come abbiamo osservato nelle sezioni precedenti, esistono
delle condizioni particolari che consentono lo sviluppo di un
incendio. Se il fattore umano è quello che alle nostre
latitudini comporta l'accensione di un focolaio, perchè questo
si sviluppi sono necessari i tre elementi del triangolo del
fuoco. L'elemento maggiormente inibitore dei tre elementi è
l'acqua. Questo prezioso liquido assolve sia alla funzione di
raffreddamento della temperatura di combustione sia a quella di
rendere indisponibile l'ossigeno. Appare quindi ovvio che la
maggiore o minore presenza d'acqua sia quella che
prioritariamente influenza l'indice di rischio da IB. I parametri
che determinano la presenza dell'acqua nei siti vegetativi sono i
seguenti:
a) Piovosità relativa
Incide sull'umidità dei suoli, ove, attraverso
l'apparato radicale, viene fornita acqua ai tessuti
fogliari.
b) Temperatura dell'aria
Favorisce l'evaporazione dell'acqua dai suoli e dai
tessuti fogliari.
c) Ventosità
Lo stesso che al punto b)
d) Esposizione solare
Lo stesso che ai punti b) e c)
e) Struttura del suolo
La densità granulare dei suoli determina maggiore
o minore drenaggio degli stessi. Un terreno sabbioso non
trattiene a lungo l'acqua negli strati utili
all'approvvigionamento delle piante. Un terreno argilloso
(a tessitura finissima) consente lunghi ristagni e un
approvvigionamento durevole.
f) Periodo vegetativo
La parte aerea (fusti e foglie) delle piante
erbacee si rinnova annualmente e in determinate stagioni
rimane come residuo privo di liquidi.
g) Presenza di acque correnti e
stagnanti di superficie.
Permette un approvvigionamento idrico costante.
L'altro elemento del triangolo da considerare è la
presenza di combustibile. Dato che il fuoco si propaga dal basso
verso l'alto e che parte sempre da materiale facilmente
infiammabile, l'indice sarà maggiore nelle fitocenosi ove sino
abbondanti i tre livelli di copertura vegetale del suolo, cioè
piante erbacee, cespugli del sottobosco e alberi. E'impossibile
assistere ad un incendio di chioma (che passa cioè sulle cime
degli alberi), se prima non si è sviluppato un forte incendio
alla base della vegetazione più alta. Il terzo elemento,
l'ossigeno comburente va considerato una variabile a causa
dell'instabilità atmosferica. Ci occuperemo di esso più avanti.
In base ai suddetti fattori riportiamo di seguito l'elenco
delle fitocenosi trattate nella sez. con la valutazione di
massima degli indici di rischio e delle difficoltà di
spegnimento.
MACCHIA PRIMARIA SEMPREVERDE
Rischio elevato (8) nel periodo estivo, aggravato dalla
alta infiammabilità delle essenze ricche di resine; alta
difficoltà di spegnimento (10) per l'intrico della vegetazione e
l'alto potenziale calorico sviluppato dalle essenze di alto
fusto.
GARIGA
Rischio molto elevato (9), nel periodo estivo, per la
maggior presenza di flora erbacea secca. Inoltre l'assenza di
copertura arborea aumenta l'evaporazione dei suoli. Difficoltà
di spegnimento meno accentuata della precedente per minore
quantità di combustibile (9).
STEPPA
Rischio elevatissimo (10) per l'alta concentrazione di
flora erbacea secca. Difficoltà di spegnimento medio bassa (4)
per la scarsità di combustibile.
SUGHERETA
Si distinguono due casi: a) se sfruttata per la raccolta
industriale del sughero e, quindi, mantenuta sgombera dal
sottobosco; b) se ingombra del sottobosco. Nel caso a) il rischio
è molto basso (2) e le difficoltà di spegnimento molto basse
(2), limitandosi, di fatto, alla sola rada vegetazione erbacea
presente sul suolo. Nel caso b) valga quanto detto per la Macchia
primaria sempreverde. Va inoltre considerato che la Sughera
colpita dall'incendio non brucia che nelle sue parti fogliari e
nei ramoscelli più esili. L'isolamento termico fornito dalla
corteccia (sughero), protegge le parti interne del fusto e dei
rami permettendo la ripresa vegetativa della pianta.
BOSCO DECIDUO MISTO
Rischio alquanto elevato nel periodo estivo (7) per la
scarsa concentrazione d'acqua nei tessuti fogliari e la presenza
di piante erbacee in fase secca o seccaginosa . Difficoltà di
spegnimento moderatamente elevate (6) a causa della lenta
progressione delle fiamme dovuta alla relativa presenza di
liquidi nei tessuti fogliari nelle essenze cespugliose e arboree.
BOSCO CEDUO DEGRADATO
Rischio molto elevato (9), nel periodo estivo, per gli
stessi fattori considerati per la GARIGA. Difficoltà di
spegnimento abbastanza elevata (7).
CESPUGLIATI
Laddove prevale la Ginestra comune va considerato il
comportamento difficile di tale essenza di fronte al fuoco. Lo
scarso contenuto dacqua delle sue foglie e l'alta
concentrazione di resine volatili, fanno di questa pianta una
delle essenze più pericolose per gli operatori AIB. La Ginestra
comune, in presenza di un incendio, non prende fuoco con la
velocità delle altre piante. Resiste alle fiamme per alcuni
minuti, poi "esplode" quasi come una bottiglia di
benzina. La difficoltà di spegnimento può considerarsi elevata
(6) e deriva dalla necessità per l'operatore di evitare
l'eccessivo surriscaldamento delle essenze con opportuni getti
d'acqua alla base e sulla parte aerea delle piante.
Per quanto riguarda i cespugliati monotipici di Rubus e
Prunus, il rischio è subordinato all'altezza della flora erbacea
secca. Comunque quantificabile come medio (5). Le difficoltà di
spegnimento sono medio basse (4), determinate, soprattutto dalla
difficoltà di penetrazione attraverso i rami spinosi
caratteristici di queste specie.
PASCOLI NATURALI
In genere l'operatore AIB interviene in operazioni di
spegnimento su tali fitocenosi perchè preoccupato che questo
tipo di incendi possa portare il fuoco verso formazioni boscate .
Pertanto (e lo stesso principio vale per le stoppie di
grano e per altri tipi di residui vegetali infiammabili come il
Colza), qualora non ci sia contiguità tra tali fitocenosi e le
formazioni boscate e cespugliate, è consigliabile solo un
intervento di controllo. Il rischio d'incendio è alquanto
elevato (7.Le difficoltà di spegnimento, molto basse (2). Ma in
genere le superfici utilizzate a pascolo (o a coltivazioni di
cereali o Colza) sono molto estese, per cui il tempo impiegato in
una tranquilla e metodica azione di spegnimento può stancare
l'operatore AIB. Gli interventi in tali situazioni vanno
accuratamente selezionati e sono consentiti solo se si è certi
che rischi più gravi non incombano su fitocenosi più meritevoli
di tutela.
AMBIENTI PALUSTRI E RIPARIALI
La Flora che vegeta in tali ambienti non è particolarmente
esposta a deprivazione idrica nel periodo estivo, poichè non
trae le sue risorse di approvvigionamento dalla pioggia. Tuttavia
l'evaporazione fogliare dovuta alle alte temperature estive può
rendere vulnerabili le essenze igrofile in presenza di incendi
che provengano da formazioni vegetali ad esse attigui, come
boschi decidui o pascoli e coltivi. L'indice di rischio dipende
dalla contiguità con tali habitat ed è comunque quantificabile
come medio basso (3). Le difficoltà di spegnimento sono analoghe
(3), poichè, sebbene le parti legnose degli alberi coinvolti
necessitino di quantità notevoli di acqua per essere spenti, le
fonti di approvigionamento idrico (stagni, laghi fiumi e
torrenti) sono vicinissime al luogo dell'incendio.
LA MACCHIA DI ROBINIA
Sebbene la specie non meriti di essere protetta per quanto
già detto in precedenza , quando brucia, specialmente in
prossimità delle sedi stradali, crea grossi problemi di
sicurezza ed è pertanto necessario affrontare l'incendio.
L'indice di rischio è molto elevato (9), la difficoltà di
spegnimento media (5), dato che la Robinia non lascia crescere
sotto di se alcun sottobosco consistente.
IL CASTAGNETO
In generale la collocazione geografica di tale formazione
boscata è situata in zone con piovosità relativa abbastanza
costante anche nel periodo estivo. Considerando anche la
scarsità di sottobosco possiamo definire molto basso (2)
l'indice di rischio. Per le stesse caratteristiche possiamo
definire molto bassa (2) anche la difficoltà di spegnimento.
LA FAGGETA
Valga quanto detto per la fitocenosi precedente.
A questi standard vanno aggiunte due variabili . La prima
è rappresentata dalla ventosità che insorge dopo che l'incendio
è scoppiato e che può fornire più o meno apporto d'ossigeno
influendo sulla difficoltà di spegnimento. E' il caso del forte
vento di Scirocco o di Maestrale che perdurando, in taluni casi
per più giorni, portano alla distruzione di grandi complessi
boscati. La seconda variabile è la pendenza del terreno che, a
causa della maggiore progressione del fuoco dal basso verso
l'alto, influisce sia sulla propagazione del focolaio che sulla
difficoltà di spegnimento.
IL COMPORTAMENTO DEL FUOCO E LA LOTTA
ATTIVA
L'incendio boschivo è un evento calamitoso che si
distingue dagli altri tipi d'incendio per la capacità di
propagarsi in relazione a fattori variabili. La capacità di
arginare il fuoco è proporzionale alla determinazione di tali
fattori. L'evidente sproporzione tra mezzi ad alta tecnologia (
impegnati nelle grandi operazioni di spegnimento descritte dalla
cronaca negli ultimi anni ) e risultati ottenuti, dovrebbe far
riflettere gli addetti all'elaborazione delle strategie di
difesa. Rimandando alla sezione dedicata alla lotta attiva
riflessioni più accurate sul rapporto energie/risultato, è
nostra intenzione informare l'operatore AIB su quei fattori che,
se determinati, possono rendere più prevedibile il complesso
andamento di un IB.
Il primo fattore che analizzeremo è quello relativo al
periodo in cui è più possibile che si verifichino incendi con
intensità distruttiva. Abbiamo già constatato come nel
cosiddetto triangolo del fuoco l'elemento temperatura e
comburente siano determinanti per l'accensione di un incendio e
la sua successiva evoluzione. L'acqua è elemento determinante in
entrambi i fattori: abbassa sempre la temperatura perchè,
laddove è presente non può raggiungere i gradi necessari al
fuoco. L'ossigeno presente nella molecola H2O, costituente
dell'acqua, non è utilizzabile come comburente. Nelle piante
vascolari, che costituiscono la flora da proteggere dagli
incendi, la presenza di acqua nei tessuti fogliari è determinata
dalla capacità di assorbirne (attraverso l'apparato radicale)
dal suolo. Nel suolo la disponibilità idrica ( escludendo i
terreni paludosi o in prossimità dei corsi o specchi d'acqua)
dipende dalla piovosità relativa. La scarsità delle
precipitazioni in determinati periodi dell'anno, il fattore che
condiziona l'allertamento delle forze AIB nelle varie zone
climatiche . Nell'Italia centro-meridionale, statisticamente,
tale periodo è compreso tra i mesi di giugno e settembre. Ed è
allora che devono venire attivati uomini e mezzi pronti a
fronteggiare l'emergenza. Una volta allertate le forze AIB, esse
dovranno attendere segnali concreti che dimostrino l'insorgenza
di un evento AIB.
Il primo segnale che si manifesta è il fumo, sia che sia
avvistato da un passante, sia che venga segnalato da un punto di
avvistamento da una pattuglia. Dalle sue caratteristiche possiamo
desumere il tipo di evento che dovremo fronteggiare. Può essere
utile lo schema seguente:
FUMO BIANCO = Vegetazione erbacea in fiamme; l'incendio
interessa flora erbacea secca. Può trattarsi di un campo di
stoppie o di un pascolo. C'è il rischio di un'estensione a
complessi boscati o cespugliati. FUMO ROSSICCIO = Arbusti in
fiamme; l'incendio sta percorrendo una zona cespugliata. Oppure
sta lambendo i margini di un bosco.
FUMO MARRONE SCURO = Bosco in fiamme; l'incendio ha
raggiunto la chioma degli alberi.
FUMO NERO = Incendio di prodotti derivati da petrolio; in
genere bruciano copertoni e rifiuti ad alto contenuto di materie
plastiche. C'è il rischio che possa estendersi alla vegetazione
erbacea e, quindi, a cespugliati e bosco.
In generale, la colorazione rossiccio brunastra del fumo
dipende dalla concentrazione di vapore acqueo e sostanze resinose
nei tessuti fogliari. Tali elementi vengono persi nelle piante
che hanno concluso il loro ciclo vegetativo annuale nella
stagione estiva e, di conseguenza, i prodotti volatili della
combustione saranno di colore chiaro . Le essenze sempreverdi e
la vegetazione decidua, nel periodo di rischio manterranno,
viceversa, le resine e la concentrazione di liquidi , conferendo
al fumo tonalità di colore più scuro (vedi sez. )
La presenza dell'elemento comburente (l'ossigeno) è
determinante per l'incremento dell'incendio.
Già in fase di osservazione misureremo la direzione del
vento e la sua intensità, giacchè da questo (in quanto vettore
di ossigeno) dipende l'evoluzione e la pericolosità
dell'episodio che si osserva.

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Il
fuoco è all'inizio, consideriamo la direzione del vento
e la morfologia della vegetazione
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L'evoluzione
dell'incendio
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Sappiamo inoltre che le fiamme tendono a muoversi dal basso
verso l'alto, seguendo la conformazione del suolo e che i punti
più elevati ricevono maggiore ventilazione di ossigeno dei
fondovalle. La continuità della vegetazione fornisce il
combustibile necessario alla continuazione dell'incendio. In
condizioni di vento costante dovremmo quindi poter prevedere
l'andamento dell'incendio.
E' comunque indispensabile conoscere il tipo di vegetazione
che verrà percorsa, le condizioni di umidità della lettiera e
lo stato di seccaginosità della vegetazione erbacea.
Per vedere la
simulazione con immagine animata della propagazione di un
incendio da un campo di stoppie ad un bosco,
cliccate qui (gif animato: caricamento
lento !)
Va rammentato che i venti variano costantemente nell'arco
della giornata così come la temperatura dell'aria: conoscere con
sufficientemente tali variazioni ci permetterà di fare delle
previsioni sufficientemente attendibili sulla durata di un
incendio.
LA
LOTTA ATTIVA
Si intende per lotta attiva AIB, l'insieme delle azioni che
vengono esercitate dopo l'insorgere di un incendio al fine di
determinarne lo spegnimento o la riduzione. Gli operatori AIB,
una volta raggiunto il luogo dellincendio, e dopo aver
facilmente spento le deboli fiamme che si muovono sopravvento,
dovranno procedere rimanendo sopravvento al fronte principale .
Utilizzando l'acqua (che raffredda e soffoca) il terriccio (che
soffoca) o sottraendo l'ossigeno necessario alle fiamme
comprimendo l'aria ( con i flabelli o con i motosoffiatori),
l'ampiezza del fronte d'incendio verrà progressivamente
diminuita sino all'estinzione del fuoco. Uno schema metodico che
da buoni risultati è il seguente: per uno o entrambi i fronti
dell'incendio che procede in favore di vento, verrà gettata
dell'acqua sulle fiamme per ridurne l'altezza (ove non sia
disponibile l'elemento liquido si potrà usare il terriccio), di
seguito si useranno i flabelli o i motosoffiatori per spegnerle
completamente e quindi si sposteranno i tizzoni all'interno
dell'area già bruciata per impedirne il contatto con la
vegetazione combustibile (azione di bonifica).A questo punto
basta lasciare uno o due operatori che spengano rapidamente e
senza sforzo, i piccoli focolai provocati da eventuali tizzoni
sfuggiti all'opera di bonifica.
Questo è il procedimento standard, che evita ogni pericolo
per l'operatore che si trova sempre su un terreno già percorso
dal fuoco e sopravvento rispetto al fumo. Non sempre è possibile
rispettare tale procedimento, sia per la natura del terreno o
della vegetazione sia per eventuali mutamenti nella direzione del
vento.

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La
figura mostra l'andamento di un incendio su un terreno
scosceso (l'altezza delle fiamme ne definisce il
potenziale calorifico).
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Talvolta il fuoco viene, per improvvisa necessità
affrontato sottovento. In tal caso è necessario un forte getto
d'acqua un'adeguata protezione del viso e delle mani
dell'operatore e l'uso di maschere antifumo. Tuttavia, in tali
condizioni, non è possibile operare che per poche decine di
secondi e, quindi, gli operatori devono avere, in ogni caso, la
possibilità di mettersi velocemente al riparo in condizioni di
assoluta sicurezza e con aria respirabile. Laddove l'incendio
prosegua con una certa lentezza da pascoli o coltivi verso una
formazione boscata, l'operatore può valutare (in condizioni di
vento debole e costante) di operare sottovento ( benchè ad una
distanza tale di poter respirare aria pura), tagliando la
striscia di vegetazione antistante la formazione boscata. In tal
modo si evita il contatto tra le fiamme del campo e gli alberi,
salvando così il bosco. Chi è molto esperto e intende assumersi
la responsabilità civile e penale di possibili danni, può usare
anche, nel caso sopradescritto, la tecnica del controfuoco. Tale
tecnica consiste nella rapida e costante accensione di piccoli
focolai adiacenti in successione lineare, spegnendone la parte
che si avvicina verso il bosco e lasciando camminare quella che
si dirige verso il campo. In tal modo si giungerà (ma in maniera
molto più rischiosa) allo stesso obiettivo di impedire che le
fiamme raggiungano il bosco.
Ogni azione di lotta attiva è, comunque, diversa
dall'altra, dato l'enorme numero di variabili presenti, e solo
l'esperienza e la vicinanza di persone esperte possono garantire
risultati progressivamente soddisfacenti. In ogni caso le
raccomandazioni alla prudenza, alla lucidità e alla calma, non
saranno mai abbastanza. Come pure il controllo costante delle
proprie e altrui condizioni fisiche e psicologiche di lavoro.
Un'incertezza o un gesto temerario possono causare inconvenienti
molto gravi che possono arrivare alla morte per asfissia o per
ustioni. Lavorare sempre sopravvento al fuoco, in buone
condizioni psico-fisiche e con facili vie di fuga è il consiglio
pressante che ci sentiamo di dover dare agli operatori sino ad
ossessionarli. Tali raccomandazioni sono ancora più accentuate
quando si usano gli automezzi: alle condizioni di rischio
previste per chi opera a terra, si aggiungono la scarsa
visibilità, i rischi di circolazione su strada di un mezzo
appesantito dai carichi d'acqua,e i rischi di blocco o
ribaltamento della guida fuoristrada. Pertanto i conduttori di
automezzi dovrannno far camminare il loro veicolo solo in zone
già percorse dal fuoco, seguendo percorsi che garantiscano
immediate vie di fuga (su terreni accidentati i veicoli sono
molto più lenti delle persone), mantenendo una adeguata distanza
di sicurezza anche dalle fiamme poste sottovento e preferendo la
noiosa fatica di far svolgere e riavvolgere i tubi e le
manichette delle motopompe, al pericolosissimo rischio di un
contatto con le fiamme o il fumo.
STRUMENTI
E MEZZI
Oggigiorno siamo abituati a credere che le tecnologie
possano risolvere ogni genere di calamità naturale mettendo in
secondo piano il contributo dell'uomo. Le immagini televisive che
mostrano aerei ed elicotteri impegnati sul fronte di paurosi
incendi, celano quello che avviene più in basso, dietro la densa
cortina di fumo. E' a terra che si vince la battaglia contro gli
incendi, e il lavoro svolto da migliaia di anni è sempre lo
stesso: soffocare le fiamme e controllare minuziosamente che non
si riaccendano alla prima folata di vento. Per far ciò ai
montanari sono sempre bastate le frasche, le pale e modesti
quantitativi di acqua. Oggi disponiamo di strumenti un pò più
sofisticati, ma che in sostanza assolvono alle stesse funzioni.
FLABELLI
Servono a sottrarre ossigeno al fuoco, colpendolo
vigorosamente dall'alto verso il basso. Realizzati con manici in
legno o in lega di alluminio con strisce di materiale ignifugo
sono utili negli incendi della vegetazione erbacea.
PALE
Si usano per gettare a terra sul fuoco per soffocarlo e per
scostare i tizzoni dalla vegetazione infiammabile dopo che le
fiamme sono state spente.
MOTODECESPUGLIATORI
Sostituiscono le falci, ingombranti e pericolose, nel
taglio della vegetazione, laddove si tratti di preparare una
linea di difesa (ad es. per isolare il lato di un bosco da un
campo di fiamme). Si tratta di macchine con un piccolo motore a
due tempi che fà ruotare un disco dentato o un cavo di nylon per
tagliare erbe e cespugli.
POMPE SPALLEGGIATE
Servono a gettare acqua nebulizzata per abbassare la
temperatura delle fiamme. Si tratta di taniche che si indossano
come uno zaino, con una pompa a mano o a motore e un cannello o
un cono per l'irrorazione. Sono molto utili sui terreni
accidentati dove le autopompe non possono arrivare, pur essendo
piuttosto pesanti e ingombranti nei movimenti.
MORTOSOFFIATORI
Apparecchi dotati di motore a due tempi che dirigono un
getto di aria compressa mista ad acqua nebulizzata sulle fiamme.
Il serbatoio dell'acqua è piuttosto piccolo ma, spesso, la sola
aria compressa è sufficiente a spegnere le fiamme. Negli incendi
di lettiera, il getto d'aria è molto utile per separare i
tizzoni dal materiale fogliare incombusto.
SOSTANZE RITARDANTI
Vengono usate sia in fase di prevenzione sia durante la
lotta attiva, effettuando delle irrorazioni aldilà del fronte
dell'incendio, arrestandone così l'avanzata. Sono soprattutto a
base di fosfato di ammonio e vanno utilizzate diluendole in
alcuni mezzi aerei. Dati i costi elevatissimi e i risultati
dubbi, se ne sconsiglia l'uso.
AUTOPOMPE
Ne esistono diversi tipi, montati su veicoli a trazione
integrale e con ampia dotazione di manichette e lance di
regolazione del getto. I più usati dal CFS sono il TSK 400
Baribbi (serbatoio da 400 lt) montato sulla Fiat campagnola, e
altri modelli montati su veicoli Fiat OM 75 e 90 PC 4x4, con
serbatoi di circa 3000 lt.
Buoni risultati vengono ottenuti con motopompe da 30/40
atm., con cisterne da 500 lt. e tubi raccordabili sino a 100 mt.
di lunghezza, montati sui vari tipi di fuoristrada che posseggano
un cassone posteriore di dimensioni adeguate.
TRATTORI E BULLDOZER
Servono a predisporre fasce di terreno prive di vegetazione
per arrestare la continuità della vegetazione e fermare
l'incendio.
AEROMOBILI
Tra gli aerei i più comunemente utilizzati sono gli
Hercules 230 e i G222, attrezzati con moduli appositi per il
lancio di sostanze ritardanti (circa 6000 lt caricati a terra) e
il Canadair CL 215 che "pesca" l'acqua direttamente dai
laghi e dal mare, decisamente più adatto per la rapidità ei
minori costi di esercizio. Gli elicotteri (Breda Nardi Nh 500 D e
Augusta Bell 206 B) trasportano grossi secchi riempiti con acqua
e sostanze ritardanti (300-500 lt) e vengono usati anche per
l'osservazione e il controllo degli incendi. L'elicottero pesante
CH 47 C Chinook con secchio da 5000 lt viene usato di frequente
ma è poco veloce e impreciso nei lanci.
IMPIANTI RICE - TRASMITTENTI
Servono a garantire le comunicazioni fra le squadre
d'intervento, i mezzi aerei e le centrali operative. Vengono
soprattutto usati apparati in VHS in AM e FM, ma dato il
sovraffollamento dell'etere spesso creano delle difficoltà. Per
le comunicazioni a breve distanza (15-20 Km.) molti gruppi di
volontariato usano apparecchi in Citizen Band, ma con risultati
piuttosto dubbi.
L'avvento dei telefoni cellulari ha risolto parecchi
problemi a tutti i servizi di emergenza e, oggi, in zone di
comunicazioni disturbate come la Provincia di Roma, rappresentano
il mezzo di comunicazione con il miglior rapporto
efficacia/economia.
INDUMENTI
Devono assicurare una sicura protezione dal calore, dal
fumo e da scintille e tizzoni, compatibilmente con le situazioni
ambientali con le quali si indossano. Le tute devono essere
intere ad evitare che il peso della giacca induca a liberarsene
lasciando le braccia esposte, leggere ma con una certa resistenza
alle bruciature e di colore ben visibile. Le scarpe alte con
suola isolante. Il copricapo aereato e leggero, ma in grado di
riparare da possibili colpi. Va inoltre indossato un cinturone
con ganci che permetta il trasporto di accessori personali quali
maschere antifumo, guanti, occhiali ecc. Per quanto sia
necessario l'uso di borracce non è consigliabile portarle
addosso, per il sovraccarico che ne consegue, e il
surriscaldamento a cui sono esposte. E' preferibile conservare
l'acqua in contenitori refrigeranti lontani dal fuoco.
LA
PREVENZIONE
Se i sistemi di difesa basati sulla prevenzione trovano
sufficiente applicazione in numerosi settori di rischio della
collettività ( salute, igiene, educazione, criminalità, ecc.),
nel settore AIB assistiamo, nel nostro Paese a lacune e abissali
carenze alle quali va imputata la maggior parte del degrado del
patrimonio boschivo. In questa sezione tratteremo di tutte quelle
iniziative mirate a ridurre preventivamente il rischio d'incendio
in maniera di limitare gli interventi contro l'emergenza ad una
casistica meno drammatica di quella attuale.
Difesa passiva dei boschi
Nella sezione dedicata alla lotta attiva, abbiamo
considerato i rischi e le fatiche a cui viene sottoposto il
personale impegnato. La sezione sui mezzi e dotazioni tecniche,ci
ha dato un'idea dei costi economici che un'azione di spegnimento
comporta. Le azioni di prevenzione, al contrario, non comportano
rischi e il loro costo è decisamente inferiore a quello delle
operazioni di spegnimento. Senza voler approfondire troppo in
termini di calcolo economico, la questione cercheremo di dare un
esempio pratico dell'incongruità delle scelte di intervento
postumo a scapito delle azioni di prevenzione: considerando un
bosco di 400 Ha. che occupa un'area geometricamente molto
irregolare, possiamo calcolarne il perimetro in 10 Km.. Se questo
bosco prende fuoco e la progressione delle fiamme è
relativamente bassa (5 mt. /min. ) avremo una perdita di legname
valutabile intorno ai 30 milioni. I costi di un intervento di
spegnimento effettuato con mezzi aerei possono essere valutati in
media sui venti milioni l'ora (calcolo per difetto e senza
considerare l'uso di sostanze ritardanti e il personale di terra)
e in ogni caso la perdita di legname viene solo ridotta in minima
parte. Un'azione preventiva di pulizia delle fasce perimetrali
del bosco suddetto, costa, invece quanto 5 giornate lavorative di
un trattorista con relativa macchina. Eliminando la vegetazione
secca infestante per una fascia di cinque metri esternamente al
perimetro del bosco, praticamente si riduce a zero il rischio
d'incendio. In passato si è cercato di raggiungere lo stesso
risultato irrorando con liquido ritardante le fasce perimetrali
dei boschi, ma gli alti costi e il rischio di dilavamento per
pioggia delle sostanze impiegate, sconsigliano tale pratica. Un
altro sistema sperimentato in Francia consiste nel pascolo
controllato delle capre nelle zone in cui deve essere eliminata
la vegetazione erbacea. Tuttavia nei fragili ecosistemi forestali
della Provincia di Roma, tale pratica andrebbe tenuta sotto
strettissimo controllo per non creare danni alle giovani essenze
arboree. Infine, sarebbe opportuno che all'interno dei complessi
boscati di una certa entità, venissero create delle piste
sterrate per favorire il transito dei veicoli antincendio e
interrompere la continuità della vegetazione in caso di
incendio.
Campagne
educative
Nonostante il gran risalto dato alla comunicazione sugli
incendi da parte dei mass media, i risultati tardano a
concretizzarsi. Molto spesso l'informazione viene data in maniera
poco puntuale, senza nessun collegamento con le campagne
pianificate dagli enti locali e con gravi lacune tecnico
scientifiche. A nostro giudizio sembrano cogliere migliori
risultati le iniziative d'informazione rivolte alle categorie di
cittadini più interessati al fenomeno, in particolare gli
agricoltori, avvertendoli dei rischi di certe pratiche e
abitudini, e ammonendoli sulle responsabilità penali e civili a
cui vanno incontro esponendo la collettività al pericolo di
incendi. La propaganda nelle scuole, oltre a formare una
generazione più sensibile al problema per gli anni futuri, può
alle volte trasformare i ragazzi in vacanza in piccoli
"rangers" volontari che segnalano la presenza di
focolai. Vanno inoltre sensibilizzati tutti i soggetti (turisti
"ecologici", pescatori, escursionisti, marinai da
diporto ecc.) perché segnalino ai comandi di stazione del CFS le
situazioni di pericolo. Tutte le forze di pubblica sicurezza e
dell'esercito vanno ovviamente coinvolte, attribuendo in questo
caso anche compiti di primo intervento per quanto riguarda il
pericolo alla popolazione civile. Ciò comporta indubbiamente un
sovraccarico di informazioni per le centrali operative, ma
riteniamo che, ove vengano fornite ai potenziali collaboratori
informazioni precise per valutare con esattezza i livelli di
rischio, (ad es. con una massiccia campagna di diffusione di
brevi opuscoli) e facendo conoscere i recapiti dei presidi
territoriali che possono facilmente controllare la fondatezza
delle segnalazioni, i risultati potranno essere soddisfacenti.
Abbiamo sperimentato tale sistema nella zona di Castel di Decima,
da noi presidiata sin dall'80, e ciò si è rivelato estremamente
proficuo, (specialmente nelle ore notturne quando è impossibile
mantenere un punto d'osservazione permanente, e nelle zone
d'ombra dei nostri punti d'avvistamento).
CONTROLLO E MONITORAGGIO DEL
TERRITORIO
Se si ha una buona conoscenza del territorio da presidiare,
all'inizio della stagione di rischio va effettuata una mappatura
di pericolosità delle zone esposte.
Va verificato l'andamento stagionale di crescita della
flora erbacea, l'indice di piovosità relativa, lo stato del
sottobosco e della lettiera, il tipo di colture agricole in corso
di rotazione, la presenza di attività di pastori, carbonai,
boscaioli, ed escursionisti. In base a tale mappatura si
intensificheranno i controlli sulle aree considerate più
esposte, con frequenti passaggi durante la giornata di personale
riconoscibile da distintivi o uniformi che si fermerà a parlare
con la gente fornendo informazioni e ammonendo sui pericoli di
incendio.
I veicoli più efficaci in tale attività sono risultati
essere le motociclette "da Enduro" per la capacità di
raggiungere quasi ogni luogo, per la velocità sia su strada che
su fuoristrada, per i ridotti consumi e per il comfort che
offrono, specialmente con le alte temperature estive.
LO
SPEGNIMENTO
Gli interventi di spegnimento iniziano nel momento in cui
si raggiunge il luogo ove si svolge un episodio di incendio.
Abbiamo già sottolineato il fatto che la rapidità di inizio
delle operazioni di spegnimento é il fatto decisivo dell'esito
di un intervento, pertanto sarà opportuno elaborare rapidamente
una strategia da seguire, iniziando il prima possibile a limitare
l'estensione del fronte del fuoco. Non é possibile, senza
notevole esperienza, ma anche in questo caso gli errori sono
frequenti, scegliere sempre la maniera migliore per muoversi.
Intensità e costanza del vento, condizione del terreno e
della vegetazione, come abbiamo visto sono fattori variabili che
determinano scostamenti notevoli dal modello generale che si
prende in considerazione; tuttavia durante le operazioni terremo
sotto controllo l'evolversi della situazione modificando o
correggendo le nostre mosse in relazione al suo evolversi. Gli
interventi di lotta a terra, a meno che non si disponga di grosse
autobotti e di una riserva d'acqua illimitata, vanno sempre
concentrati nel momento in cui l'intensità delle fiamme cala
temporaneamente. Un calo di vento, un pendio in discesa, un
tratto fresco di vegetazione, sono momenti in cui lo sforzo é
più proficuo e la pericolosità per il personale ridotta, ed é
in questi momenti che intensificheremo gli sforzi, per poi
riposare e risparmiare acqua quando la dirompenza delle fiamme
renda vano il lavoro a terra.
Come abbiamo visto il fuoco si muove soprattutto in favore
di vento, formando un poligono irregolare di forma vagamente
triangolare. Noi dunque, dopo aver facilmente spento le fiamme
che si muovono contro vento, agiremo su due lati del fronte,
spegnendo progressivamente le fiamme fino a raggiungere il
vertice del fronte ponendo fine all'incendio. Allo scopo, su ogni
lato si muoverà una squadra formata da tre elementi: il primo,
con la pompa spalleggiata o l'atomizzatore, irrorerà le fiamme
raffreddandole; il secondo le soffocherà con il flabello; il
terzo, con la pala, getterà i tizzoni ancora fumanti all'interno
della parte già bruciata, ad evitare una ripresa delle fiamme.
Qualora il fronte delle fiamme sia talmente vasto da non
poter essere spento e si stia dirigendo verso un complesso
boscato, é possibile intervenire approntando dinanzi a
quest'ultimo una linea difensiva con un controfuoco. Si tratta di
predisporre una fascia priva di vegetazione con l'aiuto di
motodecespugliatori, appiccando il fuoco in più punti spegnendo
le fiamme in favore di vento e lasciando andare le altre in
direzione del fronte principale. Questo si fermerà non trovando
più materiale combustibile sul suo percorso. Tale operazione va
in ogni caso effettuata solo dopo una lunga preparazione, in
condizioni di venti moderati e costanti laddove esista la
possibilità per il personale di allontanarsi rapidamente in caso
di imprevisti. In ogni intervento vanno comunque scrupolosamente
osservate le seguenti norme:
a) Il personale deve essere riparato con idonei indumenti
b) Vanno allontanati e sostituiti gli elementi che mostrino
segni di affaticamento o malessere fisico, facendoli riposare in
luoghi ombreggiati e al riparo dalla possibilità di essere
raggiunti dal fumo e dalle fiamme
c) Va individuato un luogo sicuro ove parcheggiare i
veicoli di trasporto facilmente raggiungibile e sorvegliato da un
elemento che manterrà i contatti radio con la base
d) Vanno evitati sforzi continui che superino i 10 minuti
e) Le squadre dovranno essere dirette da un responsabile
che controlli costantemente l'evoluzione del fuoco e il lavoro
dei compagni, prevedendo possibili rischi e complicazioni
f) In ogni caso va privilegiata la sicurezza delle persone
g) Nella scelta dei percorsi per raggiungere o allontanarsi
dall'incendio vanno scelte le soluzioni che permettano di
raggiungere la base operativa o i centri di pronto soccorso senza
il rischio di rimanere bloccati
h) Gli elementi scarsamente capaci o insofferenti
nell'adempiere le direttive dei responsabili sono da considerarsi
assolutamente non idonei in quanto causa di pericolo per se
stessi e per gli altri.
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