PERCHE' SPARISCONO I FUNGHI ?

di Vincenzo Minissi


 


E’noto a tutti gli appassionati che le dinamiche di emissione dei carpofori nei macromiceti micorrizici, sono di difficile comprensione, dato l’alto numero di variabili che le determinano. I raccoglitori di Porcini più o meno esperti, sanno, a occhio e croce, quali sono le condizioni climatiche che possono rendere una stagione più o meno vantaggiosa, valutando la piovosità relativa, la temperatura, le escursioni termiche nonchè, soprattutto, la posizione geografica e le caratteristiche fitocenotiche dell’ecosistema forestale in cui ci si aspetta di trovare qualcosa. Nessuno, insomma, cercherebbe funghi a Dicembre in montagna o a Luglio in una pineta costiera; nel primo caso per la temperatura troppo bassa; nel secondo per la mancanza di acqua nei suoli. Basterebbe quindi, come per le specie saprofite di facile allevamento come i Prataroli (Psalliota sp) o i vari Chiodini (Pholiota sp.,) caldo e acqua per stimolare il micelio a produrre i carpofori? Un mio amico, ufficiale del Corpo Forestale dello Stato mi ha raccontato come in un’area forestale, vennero versati migliaia di litri d’acqua, nella stagione giusta, in luoghi ove abitualmente, dopo le piogge, crescevano i Porcini. Niente da fare! Possiamo quindi pensare che il micelio fungino, nelle specie simbionti, sia una sofisticata stazione meteorologica in grado di prevedere l’andamento della stagione climatica a lungo termine, senza farsi, quindi, confondere dai "gavettoni" di raccoglitori impazienti.

Tutta questa premessa per introdurre al problema che spesso mi sono posto di fronte all’assenza ripetuta, per anni e anni, di alcune specie di funghi dal loro luogo abituale di raccolta. La conclusione a cui sono giunto, è che la scomparsa delle specie in questione era da addebitarsi solo alla indiscriminata raccolta a cui erano sottoposte. Può anche darsi che, per due o tre anni particolarmente siccitosi, il micelio non affronti lo sforzo di riprodursi attraverso le spore e preferisca continuare ad espandersi nel sottosuolo. Quindi non ci stupiremo se quest’anno,1997, nella fascia litorale e sublitorale del Lazio siamo rimasti, e forse rimarremo, a bocca asciutta. Ma se, in un tiepido Ottobre preceduto da un Settembre piovoso, alcune specie non escono, dobbiamo credere che le raccolte degli anni precedenti ne hanno fatto scempio. Dobbiamo imputare, quindi al massiccio prelievo dei carpofori la scomparsa di determinate specie ? Teoricamente no, dato che il fungo è solo un organo riproduttivo per così dire secondario, della specie, la quale, principalmente si sviluppa attraverso la crescita delle diramazioni del micelio sotterraneo. Inoltre la possibilità di dare origine ad un nuovo individuo partendo dalla spora è, in talune specie, bassissima, come sa chiunque abbia provato a sperimentare la reintroduzione di specie micorizziche in aree ove erano state eradicate, mediante il semplice interramento di carpofori maturi. Dobbiamo poi pensare che, in taluni ecosistemi, il massiccio prelievo di funghi veniva effettuato dalla fauna, la quale non si poneva certamente problemi di conservazione( e pensate un pò con quale misura e con quale delicatezza un branco di Cinghiali può organizzare un banchetto a base di Porcini e Ovoli). Ritengo quindi, al pari di chi è esperto più di me, che la ragione sia da imputare, non tanto quanto alla quantità del prelievo effettuato, quanto alla tecnica usata. Anche se privo di buone maniere a tavola, il Cinghiale raccoglie il fungo con le labbra e lo estrae dal suolo con un movimento semicircolare, il che equivale esattamente alla tecnica consigliata perchè così non si danneggia il micelio ( tagliare il gambo con un coltello lasciandone una parte scoperta equivale ad esporlo all’azione di agenti patogeni). E in più, rovistando con il muso non può certo rimuovere grosse quantità del fogliame che protegge il suolo dagli sbalzi climatici, lo mantiene umido e lo nutre quando si decompone. I raccoglitori umani, al contrario, operano con attrezzi metallici, rimuovono la copertura naturale del suolo, lo calpestano pesantemente, raccolgono con tecniche sbagliate e arrivano dappertutto, magari danneggiando le piante arboree che vivono in simbiosi con la specie fungina ricercata. E questa pressione è direttamente proporzionale alla quantità di raccolta consentita. Per anni, un bosco (che ben conosco) di poche decine di ettari, è stato oggetto di un raccolte favolose (sino a 10-20 kg giornalieri pro-capite).

Bastavano poche decine di raccoglitori mese ad alterare, in un mese, la fisionomia del luogo, che appariva calpestato e denudato come dopo il passaggio di un esercito. Adesso non si trova più nulla, laddove bastava una ricerca di un oretta per portarsi a casa il necessario per la cena di quattro amici.

La legge quindi, è un riparo tardivo a qualcosa che andava fatta da almeno vent’anni. E in ogni caso ritengo che la quantità di tre kg giornalieri pro-capite sia eccessiva: se uno decide di portarsi dietro, magari solo con il canestro in mano, moglie e due figli, ecco che può tornare all’auto posteggiata con 12 kg di prodotto raccolto. Una quantità distruttiva. Mancano poi, al di fuori delle aree protette, effettivi controlli sui raccoglitori e, quindi....! A mio giudizio andrebbe ristretta la quantità di raccolta a 1,5 kg. per ogni autovettura (quantità più che sufficiente ad una abbuffata), chiudere alla raccolta le aree ove si è arrivati o si è prossimi alla scomparsa delle specie più pregiate, stipulare convenzioni con associazioni di volontariato per la sorveglianza sul rispetto delle norme. Vanno particolarmente incoraggiati quei Comuni che permettono la raccolta solo ai residenti: se tutti facessero così ognuno starebbe attento a danneggiare le aree di raccolta e controllerebbe anche gli altri raccoglitori.

E’superfluo dire che poi, senza una seria politica di difesa dei nostri boschi dagli incendi, possiamo fare tutte le leggi che vogliamo, ma i funghi li dovremo importare dai Paesi e dai luoghi ove i frutti della Natura sono considerati una proprietà collettiva da utilizzare con rispetto e oculatezza.


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