Conferire concretezza alle politiche per l’emergenza ambientale


 
 

 

Troppi poteri insistono oggi sui meccanismi di prevenzione e riparazione delle tante emergenze ambientali che affliggono il Paese. L’inquinamento urbano e il dissesto idrogeologico, che sta mettendo a rischio la stessa sopravvivenza "fisica" di vaste aree territoriali, hanno raggiunto livelli di gravità tali da rendere velleitarie le politiche pubbliche volte a regolare, incentivare o orientare: è il momento di intervenire, di realizzare investimenti che non possono che coinvolgere la spesa pubblica (nazionale o comunitaria). Anche se dovesse costare qualche sacrificio all’autonomia di enti ed autorità decentrate si pone oggi l’esigenza di mettere mano ad un grande programma nazionale di "difesa dell’Italia".

D’altra parte le politiche ambientali nazionali rischiano oggi una deriva schizofrenica. Si trovano infatti nella condizione di dover offrire un contributo alle sfide dettate dalle risoluzioni di livello internazionale e contemporaneamente fronteggiare i tanti nodi irrisolti sul versante dei programmi di risanamento e delle azioni di prevenzione. Su una struttura interna assai debole e caratterizzata da annosi ritardi, si inseriscono obiettivi alti di assai difficile perseguimento.

Sul primo fronte il "traino" dell’Unione Europea funziona efficacemente per ciò che concerne l’assunzione di impegni, molto meno quando si tratta di verificare le modalità con cui gli impegni vengono rispettati. Non è infatti un mistero che nell’ultimo decennio il corpus normativo ambientale, sotto la spinta delle direttive comunitarie, si sia progressivamente adeguato a quello dei più avanzati paesi europei. Sono ugualmente note le tante difficoltà attuative che scontano le diverse leggi settoriali.

Il recente vertice di Kjoto ha riproposto in pieno questa problematica. Il protocollo firmato nel dicembre 1997 impegna l’Italia a ridurre drasticamente (del 6,5%) le emissioni di gas serra nell’arco di circa un decennio. Il modo con cui perseguire questo obiettivo, come peraltro riportato nel Dpef del giugno 1998, viene indicato nella progressiva introduzione di una carbon tax. L'inasprimento fiscale verrebbe poi parzialmente alleggerito da una limitazione del prelievo fiscale sull’occupazione. Questo genere di provvedimento risulta però di non agevole applicazione; bisogna infatti ricordare che negli ultimi anni la produzione di CO2, mentre è diminuita nel settore industriale (anche a fronte di interventi volti ad aumentare l'efficienza energetica dell'attività produttiva), è aumentata nel settore dei trasporti. Ciò da un lato ripropone la difficoltà di intervenire su comportamenti diffusi ormai consolidati, dall'altro amplifica le diffidenze di chi produce e distribuisce energia. Assistiamo già ora a levate di scudi contro provvedimenti che penalizzano fortemente alcuni tipi di combustibile di uso consolidato (carbone ed olio combustibile soprattutto, ma anche benzina e gasolio) incoraggiando l'utilizzo di fonti alternative a più basso contenuto di carbonio (il metano).

Il secondo fronte su cui i soggetti di governo dell'ambiente sono chiamati ad intervenire riguarda il recupero di un consistente svantaggio "strutturale" nel campo del risanamento e della prevenzione ambientale. Si tratta infatti di una necessità, in questo caso "tutta interna", addirittura più urgente e complicata.

Tra i nodi irrisolti occorre quantomeno ricordare:

- la tradizionale fragilità del nostro sistema di difesa idrogeologica confermata, negli ultimi anni, da numerosi eventi alluvionali e franosi (in Piemonte nel 1994, in Versilia nel 1996, in Campania nel maggio 1998 per citare solo i fatti più gravi). Si parla da anni della necessità di un approccio preventivo ma la debole attuazione della Legge183/90 di difesa del suolo continua a rinviare nel tempo quest'opzione;

- la questione rifiuti: se il Decreto Ronchi recepisce gli orientamenti più innovativi in materia e sottolinea l'importanza di porre il problema della gestione dei rifiuti piuttosto che del loro smaltimento, non si registrano al momento segnali importanti sul fronte della lotta a quell'economia illegale che proprio dalle forme di smaltimento più tradizionali ed ambientalmente pericolose trae linfa vitale;

- l'inquinamento atmosferico ed acustico in ambito urbano, difficilmente arginabile senza politiche pubbliche fortemente orientate allo sviluppo di forme e sistemi di trasporto collettivo efficaci e gradite all'utenza. Troppo spesso ci si è affidati alle risposte adattive dei cittadini al problema del traffico senza tentare di offrirne una qualche regolazione. Oggi si scopre che i ciclomotori a due tempi, penetrati prepotentemente nelle grandi città negli ultimi dieci anni, inquinano. Non era forse il caso di prevenire il problema incentivando la produzione e l'acquisto di veicoli con motorizzazioni a quattro tempi o comunque meno inquinanti?

Si tratta di questioni ormai incancrenite che le politiche settoriali difficilmente possono affrontare con buone probabilità di successo in tempi brevi. Servono dunque approcci concertativi e capacità di valutare piccoli progressi nella direzione di grandi obiettivi. Le speranze di alcuni si concentrano oggi sulle istanze di decentramento e di semplificazione procedurale contenute nella riforma Bassanini. Ci si chiede se l'applicazione del principio di sussidiarietà, che responsabilizza maggiormente gli enti locali, potrà sortire qualche effetto concreto. La risposta non può che essere interlocutoria: sicuramente la semplificazione dei meccanismi autorizzativi (sportelli unici, controlli integrati, ecc.) potrà incontrare il favore delle imprese e dei cittadini. Allo stesso modo la partecipazione dei governi locali ad iniziative come il programma comunitario Alter (Alternative Traffic in Town) sottolineano la volontà dei comuni di sposare un approccio "environmental correct" al problema del traffico metropolitano. Non è tuttavia certo che l'interesse locale coincida necessariamente e in ogni caso con le istanze ambientali di portata nazionale o sovranazionale. I tanti casi di "saccheggio territoriale" del recente passato sono un retaggio pesante e le manifestazioni contrarie all'istituzione delle aree protette capeggiate da alcuni sindaci sono lì a testimoniare la difficoltà di fare arbitraggio tra ambiente e sviluppo quando si deve rispondere direttamente della tutela di interessi localistici ben radicati.

Tratto dal "Rapporto sulla Situazione Sociale del Paese" a cura del Censis