Gli strumenti volontari di certificazione ambientale


 


La debole partecipazione delle imprese italiane

Si fa spesso riferimento al fatto che l'opportunità di partecipare a procedimenti volontari di certificazione ambientale d'impresa nasce come strumento di politica ambientale finalizzato ad integrare, e in alcuni casi sostituire, interventi di tipo più tradizionale, basati sulla definizione di regole e sul controllo del loro rispetto.

In realtà sembra importante sottolineare che l'esigenza di "guardarsi dentro" per ciò che concerne le proprie performance ambientali nasce spontaneamente nel mondo imprenditoriale, e segnatamente nelle grandi imprese multinazionali, con la finalità di:

- controllare puntualmente l'adeguamento ad un proliferare normativo considerato ormai come un dato di fatto;

- prevenire la possibilità di crisi ambientali sul sito produttivo (incidenti, malfunzionamenti, ecc.) e delle inevitabili conseguenze in termini di immagine pubblica, denuncie e richieste di risarcimento;

- aumentare la propria competitività ottimizzando i flussi in entrata (materie prime ed energia) ed in uscita (reflui, rifiuti, emissioni), soprattutto in considerazione dell'aumento dei costi di gestione di questi ultimi;

- migliorare la propria immagine sul territorio d'attività e presso i consumatori scongiurando così l'insorgenza di fenomeni di conflittualità locale ("sindrome nimby") e corrispondendo ad una domanda caratterizzata da una crescente sensibilità ambientale.

Questo orientamento, sviluppato spontaneamente dalla grande impresa, ha trovato successivamente un riscontro nelle politiche ambientali di nuova generazione dell'Unione Europea che, alla luce del principio della massimizzazione dei coinvolgimenti e della responsabilizzazione di tutti i soggetti, ha approvato, nel 1993, il regolamento relativo al sistema Emas (Environmental Management and Audit Scheme) di ecogestione e auditing ambientale.

Parallelamente e con finalità analoghe, è stato approvata, a livello internazionale nel 1996, la norma Uni En Iso 14001. Tale norma, mutuata dall'Iso 9000 relativo alla gestione della qualità, sembra sovrapporsi al regolamento Emas. In realtà le due procedure, pur essendo entrambe finalizzate alla responsabilizzazione d'impresa presentano delle notevoli differenze. Nella tavola 2, dove si mettono a confronto le caratteristiche con cui i due sistemi sono stati recepiti e adottati nel nostro Paese, si evidenzia, tra le altre cose, che l'Emas è rivolto alle imprese industriali, si applica ad un sito produttivo e prevede una Dichiarazione ambientale successivamente convalidata da un verificatore accreditato indipendente; per contro l'Iso 14001 si applica a tutte le organizzazioni imprenditoriali e prevede la richiesta di verifica da parte di un organismo di certificazione. Nel complesso si può sostenere che la certificazione Iso 14001, risultando meno onerosa e condizionante della partecipazione al sistema Emas potrebbe risultare propedeutica a quest'ultima, una sorta di primo passo nella direzione di una maggiore consapevolezza del proprio impatto sull'ambiente.

In Italia il regolamento Emas è stato recepito con una certa celerità, perlomeno rispetto a quanto accaduto in passato con altre direttive europee di significato ambientale. Il Decreto Interministeriale di recepimento, che ha istituito il Comitato Ecolabel ed Ecoaudit, è il 413/95; i membri del Comitato sono stati nominati nel 1996, mentre alla fine del 1997 è stato istituito l'Albo dei Verificatori autorizzati alla certificazione.

Nonostante ciò il panorama attuale delle adesioni delle imprese italiane a Iso 14001 e ad Emas è decisamente deludente. Nel primo caso, su 11.977 certificazioni, solo 166 riguardano aziende italiane (contro le 2531 del Giappone e le 1460 della Germania), per quanto concerne invece lo strumento europeo, la situazione appare, se possibile, ancora più deludente: solamente 18 siti industriali su un totale di 3035 di cui ben 2250 in Germania (fig. 4).


 


 

Tav. 2 - Le principali differenze tra Emas e Iso 14001

Regolamento Emas

Norma Uni e Iso 14001

Possono partecipare le imprese che svolgono attività industriali (sezioni C e D del Regolamento Europeo (Nace) n. 3037/90) nonché imprese/società di produzione di elettricità, gas vapore e acqua calda e reciclaggio, trattamento, distribuzione dei rifiuti solidi o liquidi

Possono partecipare tutte le organizzazioni imprenditoriali (primario, secondario, terziario)

Si applica al sito produttivo (un gruppo industriale deve avere tante registrazioni Emas, e quindi tante dichiarazioni ambientali, quanti sono i suoi siti)

Si applica all’organizzazione (un gruppo industriale può scegliere se chiedere la certificazione per ogni sito o una sola certificazione per tutto il gruppo)

Bisogna svolgere un’analisi ambientale iniziale e predisporre una dichiarazione ambientale

Anche se non viene specificatamente richiesta, è comunque buona prassi svolgere un’analisi ambientale iniziale per dare corpo alla definizione di obiettivi e programmi; non viene predisposta la dichiarazione ambientale

L’impresa richiede la convalida della dichiarazione ambientale da parte di un Verificatore Accreditato indipendente

L’impresa richiede la verifica da parte di un organismo di certificazione accreditato per la certificazione UNI EN ISO 14001

L’accreditamento dei Verificatori è deliberato dall’Organismo di Accreditamento, ovvero dal Comitato Ecoaudit Ecolabel; le attività di istruttoria e verifica sono svolte da Anpa che opera in collaborazione con il Sincert per le parti comuni tra Emas ed Iso 14001

L’accreditamento dei certificatori è svolto dal Sincert

Il verificatore può essere un’organizzazione o un professionista singolo e può operare solo nei settori per i quali è specificatamente accreditato

L’ente di certificazione è un’organizzazione che, se accreditata, risponde alla norma UNI CEI EN 45012 e opera nel suo settore di competenza

Dopo la positiva ispezione da parte del verificatore, il sito produttivo viene registrato e inserito in un elenco pubblico e l’impresa acquisisce dal Comitato una "dichiarazione di partecipazione" all’Emas che può utilizzare – senza fornire falsa informazione - per i propri scopi

Dopo la positiva ispezione da parte dell’ente di certificazione, l’impresa viene certificata e inserita in un elenco pubblico e acquisisce dall’ente un certificato di conformità alla norma UNI EN ISO 14001 che può utilizzare - senza fornire falsa informazione – per i propri scopi

Il regolamento Emas è riconosciuto a livello europeo

La norma UNI EN ISO 14001 è riconosciuta a livello internazionale

Il verificatore è un soggetto privato, ma è accreditato da un’istituzione pubblica (il Comitato)

L’ente di certificazione è un soggetto privato, accreditato da un soggetto privato (Sincert)

 

Prevede il miglioramento continuo delle prestazioni ambientali

 

Prevede (a livello di sistema) il miglioramento continuo delle prestazioni ambientali

   

Se – considerando la natura pubblica del sistema – il Comitato, l’Anpa, gli enti di controllo sul territorio (Arpa), daranno forza, ad esempio mediante incentivi o agevolazioni sui controlli e sulle autorizzazioni per le imprese registrate, l’Emas potrà essere molto vantaggioso per chi ha problemi di consenso, o comunque di rapporto con il pubblico o l’autorità. Le imprese aderiscono per rapportarsi con l’esterno

Le imprese aderiscono per esigenze di mercato. L’ente pubblico potrebbe considerare con maggior favore le imprese certificate

     

Il rispetto della legislazione vigente è una precondizione per la partecipazione al sistema

Il rispetto della legislazione vigente non è una precondizione per il soddisfacimento della norma, nonostante questa raccomandi di essere consapevoli di tutte le leggi applicabili alla propria attività e di tenere un registro delle stesse

   

Fonte: Anpa

 

La necessità di stimolare l'adesione delle Pmi

Le imprese che hanno deciso di partecipare a tali procedure volontarie sono per lo più grandi aziende. In effetti, soprattutto per quanto concerne la conoscenza ed il rispetto dei requisiti posti da Emas, le Pmi possono venire scoraggiate da un notevole complessità pur in un contesto di sostanziale libertà nella scelta delle modalità applicative.

Sembra dunque necessario, soprattutto per quanto concerne Emas, che i soggetti pubblici nazionali (Ministero dell'Industria, Ministero dell'Ambiente, Anpa, Comitato per l'Ecolabel e l'Ecoadit), regionali (Arpa) e provinciali (Camere di Commercio) sviluppino campagne di informazione e sensibilizzazione finalizzate a diffonderne la conoscenza e procedure incentivanti la sua adozione.

Per quanto concerne le campagne si tratta essenzialmente di informare i soggetti economici e le organizzazioni di rappresentanza sugli aspetti peculiari del sistema, segnalando i benefici che una partecipazione può comportare, tra cui:

- un miglioramento dell'efficienza d'impresa attraverso l'adozione di tecnologie più pulite ed il conseguente abbattimento di alcune categorie di costo, segnatamente quelli cosiddetti "riparativi" a valle del processo produttivo;

- un miglioramento dei rapporti con le autorità competenti in materia di controllo ambientale;

- una garanzia che, nel caso di vendita, il valore dell'azienda non risulti deprezzato da problemi ambientali rilevati direttamente dall'acquirente durante la verifica delle condizioni generali dell'azienda;

- una riduzione del rischio di incidenti ambientali e quindi la possibilità di spuntare prezzi più bassi dalla compagnie assicuratrici e di aumentare le possibilità di accesso al credito;

- una maggiore competitività sui mercati, sia per motivi di immagine che per motivi di necessità là dove la certificazione Iso 14001 potrebbe in futuro essere richiesta come requisito per la partecipazione a gare o per forniture ad aziende di grandi dimensioni che la richiedono.

Sul fronte degli incentivi possono risultare utili:

- i provvedimenti amministrativi che ne semplifichino il percorso di accesso pur senza consentire l'elusione dei vincoli ambientali;

- la discriminazione positiva, per le Pmi che avviano la procedura di dichiarazione ambientale, nell'accesso a finanziamenti pubblici o ai benefici fiscali previsti dalla normativa vigente;

- il sostegno, l'assistenza tecnica, la messa a disposizione di servizi reali per tutte le operazioni di accreditamento del sito produttivo;

- la formazione per le imprese, i consulenti, i revisori ambientali, per rendere esplicito il significato della partecipazione, i vantaggi ad essa legati ed il percorso da seguire.

Oltre a quanto indicato sembra interessante stimolare il confronto, la collaborazione e finanche la competizione tra le imprese per quanto concerne gli sforzi per pervenire alla certificazione ambientale. Questo obiettivo può essere perseguito attraverso la realizzazione di progetti pilota oggetto di una successiva "disseminazione". Il sostegno finanziario può essere individuato negli strumenti comunitari finalizzati ad aumentare la compatibilità dei processi produttivi (DgXI - Life), o piuttosto nei programmi che favoriscono gli "incontri" a livello europeo fra le Pmi (il programma Enterprise, della Direzione Generale per l'Industria ha come obiettivo l’internazionalizzazione delle Pmi attraverso accordi di collaborazione).

Conferire credibilità all'intero sistema

La registrazione Emas di un sito produttivo, questo è innegabile, è una procedura di una certa complessità che va intesa come un processo e non piuttosto come un evento che deriva da un atto di volontà estemporaneo. Inoltre, richiede la massima fiducia nel sistema e nei suoi benefici.

Affinché questa fiducia nasca e si sviluppi è importante che tutti gli attori coinvolti svolgano concretamente la loro parte:

- gli organismi nazionali competenti devono creare le migliori condizioni per l'adesione avviando tutte le azioni segnalate nel paragrafo precedente e quindi agendo sul sistema degli interessi reali piuttosto che in modo formale. Devono inoltre monitorare con continuità il processo in essere per individuare eventuali impedimenti e strozzature;

- gli organismi che accreditano i verificatori ambientali, attività svolta al momento dal Sincert, devono accertarsi che questi dispongano delle necessarie competenze e che, durante le verifiche, mantengono l'indispensabile indipendenza e imparzialità;

- i verificatori ambientali, convalidando le dichiarazioni ambientali delle imprese, devono essere consapevoli del loro ruolo cruciale nell'accertarsi dell'esaustività delle informazioni fornite e della loro veridicità;

- le imprese stesse, ma anche le organizzazioni di categoria, devono considerare la partecipazione non tanto come una scelta d'immagine o di comunicazione aziendale, pur comportando la partecipazione delle conseguenze in questo senso, quanto piuttosto un ripensamento profondo della propria attività alla luce di un insieme di fattori precedentemente trascurati o sottovalutati.

Solo con quest'impostazione generale il ritardo italiano potrà essere colmato, fermo restando che, essendo il nostro sistema produttivo per larghissima parte basato sulla piccola e piccolissima impresa, potrebbe risultare cruciale, in sede comunitaria, intervenire per una revisione di Emas (peraltro già prevista) orientata alla semplificazione ed alla facilitazione d'accesso per quei soggetti economici le cui dimensioni non consentono scelte di campo paragonabili a quelle delle multinazionali.

A conferma di quanto sostenuto si riportano, nella tabella 39, i dati relativi alla disponibilità delle Pmi della Sardegna (indagine Adapt-Lavoro verde) a partecipare a procedure di certificazione ambientale mentre un vero e proprio rifiuto riguarda non più di ¼ delle imprese, la maggior parte degli intervistati non dimostra alcun atteggiamento pregiudizialmente contrario, riservandosi di valutare i regolamenti di attuazione degli strumenti di certificazione.

Differenze significative sono comunque riconducibili alla dimensione d’impresa. Risulta infatti evidente che sotto una certa soglia (meno di 50 addetti) l’interesse per Emas e Iso 14001 diminuisce drasticamente.


 


 

Tab. 39 - Aziende della Regione Sardegna che dichiarano di voler partecipare in futuro a procedure di certificazione ambientale per dimensione delle aziende - Analisi per classi dimensionali (val. % e ass.)

Risposta

Dipendenti

 
 

Fino a 5

6-9

10-50

Oltre 50

Totale

 

Sì, ci stiamo già attrezzando allo scopo

4,8

9,8

19,2

38,5

13,9

Sì, ma la cosa deve essere ancora progettata

18,1

17,6

21,2

21,1

19,4

Forse, dipenderà dai regolamenti di attuazione

41,6

50,6

41,0

26,3

42,8

No, per motivi legati al tipo di produzione

20,2

13,7

11,5

5,3

14,1

No, non la riteniamo una priorità significativa

14,1

6,3

5,7

5,3

8,1

Altro

1,2

2,0

1,4

3,5

1,7

 

Totale

100,0

100,0

100,0

100,0

100,0

 

v.a.

248

255

349

57

909

Fonte: indagine Censis/Progetto Lavoro Verde, 1999

 

Primi incerti passi della "gestione" dei rifiuti urbani in Italia

 

Uno spiraglio nell'attendibilità dei dati disponibili

Indubbiamente i recenti sforzi compiuti dall'Anpa (Agenzia Nazionale per la Protezione dell'Ambiente) e dall'Osservatorio nazionale sui Rifiuti nel redigere e presentare, nel corso del 1999 il "Secondo rapporto sui rifiuti urbani, sugli imballaggi e rifiuti da imballaggio" ed il "Primo rapporto sui rifiuti speciali, hanno consentito, sia pure in modo provvisorio e parziale, di colmare il pauroso vuoto conoscitivo che caratterizzava i settori della produzione e gestione dei rifiuti in Italia.

La base dati che si utilizza nel primo dei due lavori considerati, dipende in larga parte dall'utilizzo dei Mud (Modelli Unici di Dichiarazione) presentati dai comuni per l'anno 1997 e trasmessi all'Anpa da Unioncamere. Si trattava di dati incompleti (per fenomeni di evasione) e in alcuni casi inattendibili (per errori di compilazione), sui quali l'Agenzia per l'ambiente ha applicato numerosi correttivi ottenendo un data-base composto dai Mud di 6.495 comuni (l'80,2% del totale), dai dati rilevati direttamente attraverso un'indagine presso enti locali e soggetti privati e da alcuni dati stimati sulla base delle informazioni disponibili per anni precedenti.

Tutto ciò in attesa che, come prevede il Decreto del Ministero dell'Ambiente 372/98, venga riorganizzato il Catasto dei Rifiuti. L'obiettivo è quello di disporre di un sistema informativo unico dove all'Anpa vengono assegnate specifiche funzioni in materia di gestione delle informazioni (Decreto 22/97), mentre il Sistema Catasto viene articolato territorialmente con una sezione nazionale (presso l'Anpa) e sezioni regionali (presso le Arpa) in grado di trasmettere tutte le informazioni acquisite in materia di Mud, di autorizzazioni regionali, e di altra natura e fonte relativa al tema dei rifiuti.

E' evidente che solo disponendo di dati raccolti e trattati in modo uniforme l'attività di pianificazione degli enti preposti (le regioni) potrà procedere celermente e "autorevolmente". Allo stesso modo i soggetti privati coinvolti a diverso livello nel sistema di gestione dei rifiuti potranno muoversi in un panorama caratterizzato da maggiori certezze sulle vie da percorrere per perseguire gli obiettivi generali che il Paese ha inteso darsi in materia.

Scelte più consapevoli degli enti locali e suffragate da elementi concreti potranno coinvolgere il sistema industriale a pieno titolo nelle diverse forme di gestione dei rifiuti ed ottenere la partecipazione dei cittadini in quei processi dove la sensibilità ambientale è condizione indispensabile per il successo dei programmi (come avviene ad esempio per la raccolta differenziata).

 

Una crescita ancora poco "virtuosa"

Con i dati oggi disponibili è possibile effettuare qualche riflessione sull'evoluzione recente della problematica della produzione di rifiuti urbani e sulle relative forme di gestione.

Innanzitutto occorre rimarcare che non si arresta il vorticoso trend di crescita della produzione complessiva, che ha ormai toccato la quota di 26,6 milioni di tonnellate annue, ovvero qualcosa come 462 chilogrammi pro-capite.

Il tasso di incremento nell'ultimo intervallo disponibile (1996-97) è del 2,5% anche se, a livello regionale, si registrano differenze vistose di difficile interpretazione (tab. 40).

Per ciò che concerne i rifiuti raccolti in modo differenziato, i dati disponibili consentono di mettere a confronto i risultati raggiunti con gli obiettivi posti dal decreto Ronchi quando, all'art.24 introduce i termini temporali - 16 febbraio 1999, 16 febbraio 2001, 16 febbraio 2003 - entro i quali deve essere assicurata la raccolta differenziata rispettivamente del 15%, del 25% e del 35% dei rifiuti prodotti.

Siamo ovviamente ben lontani da tali obiettivi, come dimostra il fatto che, nel complesso, i rifiuti raccolti in modo differenziato nel '97 sono il 9,4% del totale dei rifiuti raccolti e che l'incremento rispetto al '96 è del 2,2%.

A livello ragionale, la situazione si presenta decisamente variegata. Infatti, accanto a situazioni molto interessanti nel Nord Italia quali quella della Lombardia (26,9%) del Trentino Alto Adige (17,5%), del Veneto (10,3%), si evidenzia il ritardo ormai "storico" del nel Mezzogiorno, con tassi di raccolta differenziata che vanno dall'0,6% della Calabria al 4,1% del Molise, la più "performante" tra le regioni meridionali, ma anche quella che produce la minore quantità di rifiuti è quindi pesa pochissimo sulla totalità del fenomeno.

Su un altro fronte si stagnala la stasi degli indici di raccolta dei rifiuti ingombranti, che presenta addirittura una contrazione nel 1997 rispetto all'anno precedente (dal 2,4% al 2,1%).

Il Decreto 22/97 risulta ampiamente disatteso anche là dove individua nel 1 gennaio dell'anno 2000 la data a partire dalla quale "...è consentito smaltire in discarica solo i rifiuti inerti...e i rifiuti che residuano dalle operazioni di riciclaggio e recupero..." (il Decreto prevede poi che possano essere smaltiti in discarica senza pericolo per la salute umana e senza pregiudizio per l’ambiente i rifiuti derivanti da incenerimento a terra, da biodegradazione di alcuni residui liquidi o fanghi, e da alcune tipologie di trattamento fisico-chimico).

I dati della tabella 41 evidenziano che le quantità avviate in discarica nel 1997 sono tali da rendere impensabile l'applicazione di quanto decretato. Si parla infatti di più di 21.000 tonnellate/anno, ovvero del' 79,9% dei rifiuti smaltiti. Se si considera che la differenza rispetto al '96 è di circa 3 punti percentuali (83%), le previsioni, a meno che non ci si accontenti di registrare un'inversione di tendenza, non possono che essere pessimistiche.

Per contro, le altre modalità di smaltimento continuano a ricoprire un ruolo residuale: i rifiuti avviati all'incenerimento - con o senza recupero energetico - ammontano a poco più di 1.700.000 tonnellate/anno (circa il 6,6% del totale), i rifiuti conferiti in impianti di trattamento con produzione di compost e di CDR (combustibile derivato dai rifiuti) sono poco più di 1.600.000 tonnellate/anno, i rifiuti avviati in impianti di compostaggio per frazioni selezionate sono meno di 900.000 tonnellate/anno. Nel complesso parliamo di circa 4.300 tonnellate/anno, poco più del 16% dei rifiuti avviati a smaltimento.

Il deficit impiantistico è davvero notevole e non è solo un problema di quantità, ma anche di qualità, come dimostra tra l'altro il fatto che gran parte dell'incenerimento avviene senza recupero energetico e che il compost prodotto negli impianti senza preselezione non è di buona qualità. A questo occorre aggiungere la squilibrata dotazione territoriale che inibisce l'applicazione di un ulteriore principio sancito dal Ronchi là dove individua nel 1 gennaio 1999 la data a partire dalla quale "...è vietato smaltire i rifiuti urbani non pericolosi in regioni diverse da quelle dove gli stessi sono prodotti" (viene concessa questa possibilità per accordi precedenti o qualora l’opportunità tecnico-economica di raggiungere livelli ottimali di utenza lo richiedano. Al riguardo, basti pensare che buona parte degli incenerito e tutti i compostori che operano con frazioni selezionate sono localizzati nel Nord Italia.

In altre parole si può ben prevedere che il "principio di prossimità", nelle regioni del Centro e del Sud potrà essere perseguito, perlomeno nei prossimi anni, sono attraverso il reiterato ricorso allo smaltimento in discarica.


 


 

Segnali di movimento nel settore degli imballaggi

La progressività degli obblighi di raccolta differenziata avrebbe dovuto consentire ai soggetti incaricati di attrezzarsi in modo adeguato per il perseguimento degli obiettivi indicati. Sulla base dei dati presentati nel paragrafo precedente non sembra di intravedere una progressione particolarmente virtuosa.

L'unico segnale parzialmente positivo in materia viene dall'approvazione del Programma generale di prevenzione e gestione del Conai (il Consorzio Nazionale Imballaggi), dove si fissano le linee di intervento per la gestione dei rifiuti provenienti da imballaggi. Il programma prevede sia azioni finalizzate alla riduzione dell'overpackaging e a favore del riuso, sia precisi obiettivi di recupero - in materiali ed energia - in riferimento all'anno 2002. La logica adottata è evidentemente la stessa che ha informato il Decreto Ronchi e questo costituisce un elemento di continuità non trascurabile.

Un ulteriore passo avanti nella direzione di una "messa a regime" della raccolta degli imballaggi post-consumo può essere individuato nell'accordo, stipulato nel luglio di quest'anno tra il Conai e l'Anci, per rilanciare la raccolta differenziata delle diverse tipologie di materiali da imballaggio (carta, vetro, alluminio, plastica, acciaio).

Il Consorzio, a cui hanno aderito al momento più di 200.000 imprese e che crescerà ulteriormente quando aderiranno, attraverso le organizzazioni di rappresentanza imprenditoriale, le piccole imprese, "stimolerà" i comuni a praticare la raccolta differenziata conferendo ai comuni stessi un corrispettivo per ogni chilogrammo raccolto. Il corrispettivo varierà sulla base non solo del tipo di materiale, ma della sua stessa "purezza". Con quest'attenzione all’uniformità dei materiali raccolti si è inteso intervenire per superare uno dei vincoli che ha spesso scoraggiato iniziative imprenditoriali nel settore del riciclaggio dei materiali, ossia la mancata disponibilità di "rottame di qualità".

Al Conai si prevede che il costo complessivo del sistema, una volta a regime, sarà di circa 350 miliardi". Ciò dovrebbe consentire di recuperare, nel 2002, circa 5 milioni di tonnellate di materiale, passando così da un tasso di recupero attuale di circa il 35% al 55%, superando dunque gli obiettivi del Dlgs 22/1997 ("almeno il 50% di recupero").

Resta da stabilire se l'incentivo economico sarà in grado di attivare effettivamente gli enti locali, e segnatamente i grandi comuni metropolitani, ossia quelli che incontrano al momento le maggiori difficoltà logistiche nell'organizzare forme efficienti di raccolta. Recenti esperienze mostrano a sufficienza che non esiste un sistema di raccolta valido in senso assoluto: occorre capacità di analisi, conoscenza del contesto in cui si opera, disponibilità verso l'innovazione e contemporaneamente verso il recupero di soluzioni solo apparentemente superate: chi avrebbe immaginato, solo qualche anno addietro, che la raccolta "porta a porta" sarebbe stata riproposta con successo anche nei grandi comuni?

Tab. 40 - Produzione di rifiuti urbani, percentuale di raccolta indifferenziata, differenziata e di raccolta ingrombanti, 1996-1997 (v.a. e val. %)

Regione

Produzione RU totale 1996 (t* 1000/anno)

Produzione RU totale 1997 (t*1000/anno)

Var. % 1997/1996

Racc. indiff. 1996

Racc. indiff. 1997

% Racc. diff. 1996

% Racc. Diff. 1997

% Racc. Ingombr. 1996

% Racc. Ingombr. 1997

Piemonte

1.816,86

1.912,76

5,3

89,5

85,5

7,5

11,4

3,0

3,2

Valle d'Aosta

59,00

60,87

3,2

92,2

91,3

6,3

7,0

1,5

1,7

Lombardia

3.877,66

3.944,10

1,7

72,4

66,4

21,0

26,9

6,6

6,7

Trentino Alto Adige

414,55

432,91

4,4

82,2

77,4

12,6

17,5

5,2

5,0

Veneto

1.909,74

1.951,60

2,2

86,5

83,2

10,3

15,3

3,2

1,5

Friuli Venezia Giulia

534,64

539,72

1,0

87,7

84,8

7,2

10,2

5,2

5,0

Liguria

842,68

853,55

1,3

94,5

92,6

4,7

6,2

0,8

1,1

Emilia Romagna

2.094,90

2.193,35

4,7

86,9

86,2

8,8

11,7

4,3

2,2

Toscana

1.837,49

1.831,14

-0,4

90,9

89,3

7,6

9,9

1,5

0,8

Umbria

369,37

409,42

10,8

94,1

89,3

4,8

7,1

1,1

3,5

Marche

697,74

737,80

5,7

90,1

93,1

9,1

6,2

0,8

0,7

Lazio

2.478,14

2.639,98

6,5

95,0

95,3

3,2

3,8

1,8

0,9

Abruzzo

521,51

549,79

5,4

98,2

96,9

1,6

2,7

0,2

0,4

Molise

119,47

119,58

0,1

96,5

95,9

3,4

4,1

0,1

0,0

Campania

2.537,10

2.543,18

0,2

98,7

97,6

1,3

1,9

0,0

0,5

Puglia

1.721,96

1.703,89

-1,1

97,6

98,3

1,2

1,5

1,2

0,2

Basilicata

204,36

207,41

1,5

98,1

97,6

1,8

2,4

0,1

0,0

Calabria

718,38

697,21

-3,0

99,3

99,4

0,6

0,6

0,2

0,0

Sicilia

2.493,27

2.546,58

2,1

98,6

99,0

0,7

0,8

0,7

0,2

Sardegna

711,16

730,35

2,7

98,4

98,6

1,2

0,9

0,4

0,5

Italia

25.959,99

26.605,20

2,5

90,4

88,5

7,2

9,4

2,4

2,1

Fonte: Anpa, Osservatorio Nazionale sui rifiuti, 1999

 

Tab. 41 - Forme di smaltimento dei Ru nel 1997 (v.a.)

Regioni

Quantità di Ru avviati in discarica

% sul totale dei rifiuti prodotti in Italia

Quantità di Ru avviati ad impianti di incenerimento

Quantità di Ru avviati ad impianti di trattamento con produzione di compost e Cdr

Quantità di Ru avviati in impianti di compostaggio per frazioni selezionate

Abruzzo

603,930

2,3

0,000

84,690

0,000

Basilicata

140,060

0,5

0,000

20,100

0,000

Calabria

476,810

1,8

20,150

68,990

0,000

Campania

2.184,690

8,2

0,000

0,000

0,000

Emilia Romagna

1.657,350

6,2

566,030

157,560

44,810

Friuli Venezia Giulia

288,360

1,1

134,800

35,910

0,000

Lazio

2.907,670

10,9

0,000

99,080

0,000

Liguria

989,250

3,7

0,000

0,000

0,000

Lombardia

1.722,310

6,5

426,100

605,000

312,300

Marche

537,980

2,0

24,800

39,700

0,000

Molise

132,190

0,5

0,000

0,000

0,000

Piemonte

1.676,750

6,3

70,380

7,800

166,690

Puglia

1.799,077

6,8

0,000

0,000

0,000

Sardegna

509,550

1,9

134,700

22,000

0,000

Sicilia

2.157,990

8,1

18,450

21,750

0,000

Toscana

1.332,980

5,0

222,050

159,900

44,970

Trentino Alto Adige

348,250

1,3

58,000

0,000

42,850

Umbria

202,360

0,8

0,000

241,080

0,000

Valle d'Aosta

57,710

0,2

0,000

0,000

0,000

Veneto

1.554,623

5,8

71,260

80,000

286,310

Italia

21.279,890

80,0

1.746,720

1.643,560

897,930

Fonte: elaborazioni Censis su dati Anpa e Osservatorio Nazione sui Rifiuti, 1999

 

Tratto dal "Rapporto sulla Situazione Sociale del Paese" a cura del Censis


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